martedì 21 dicembre 2010

Il vero Natale


Nella piazza artigiani alimentano fuochi, piegano ferri, fanno mattoni, impastano il pane.

Gli ottoni e i legni della banda fanno subito armonia di paese.

Una processione di bambini con tunica bianca e coroncine d’oro illuminano d’innocenza il pomeriggio: un’angelica beatitudine.

Pastori con la famiglia e i loro greggi come frammenti della terra di Betlemme trapiantata nella campagna padana.

E la Sacra Famiglia per ultima, una Sacra Famiglia nigeriana con la pelle color ebano, attraversa la piazza di Castellucchio ed entra nella capanna sotto l’albero.

Intanto i bambini-angelo sono saliti sul palco, e il maestro li fa cantare, suonandoli come tante canne d’organo, sono attentissimi e felici. E la musica fa una piccola magia in piazza, si vede l’aria farsi meno fredda e sciogliere i cuori.

“Maria e Giuseppe” sorridono, ed è un sorriso che vale doppio, denti bianchissimi tra labbra nerissime, nella piazza si accende una nuova fonte di luce. La loro bimba, bellissima, che rappresenta il Bimbo che nasce è la gemma incastonata nella capanna.

Poi tutte le luci si accendono, la luce dell’alto albero, la luce dei bracieri, la luce delle fotoelettriche, la luce dei fornelli che preparano bevande calde, la luce della gioia e della felicità della gente in piazza.
Castellucchio si è trovato in piazza domenica scorsa per salutare l’imminente arrivo del Natale, e ha dato un messaggio di speranza.

In questa nostra Italia spesso fredda, divisa e lacerata c’è ancora spazio per la speranza: se una Sacra Famiglia nigeriana può  scaldare i cuori, se ancora mani diverse si possono stringere in una stretta fiduciosa, se ancora la gente si può privare delle piccole finanze per Telethon e per adozioni a distanza, allora i cuori si scaldano ancora, ancora si allargano trovando un piccolo spazio per la solidarietà.

Un grazie a tutti quelle Associazioni e a tutte le persone che hanno collaborato ad organizzare  il bel momento della Festa sotto l’albero a Castellucchio.

venerdì 24 settembre 2010

L'utente da lei desiderato non è momentaneamente raggiungibile

C'è sempre una star al Festival (oddio, tutte sono star, lo scrivere non è classificabile come le stelle, da stelle di neutroni a gigante rossa), e la star che ho scelto quest'hanno ha scritto quello stupendo e perfetto fluire di parole idee e situazioni che è "Il giorno dello Sciacallo".

Frederick Forsyth è presentato nell'arena di Piazza Castello dal grande Carlo Lucarelli, il quale candidamente confessa di aver rifiutato un invito a giocare al mare perché doveva sapere cosa avrebbe fatto lo sciacallo. Forsyth ha una certa colpa nella creazione di Lucarelli.

Ma come spesso succede sono i grandi che ti deludono. E questo non fa che rafforzare quella sensazione di inadeguatezza adolescenziale che rimane sempre in ognuno di noi.

L'incontro con Forsyth è il dialogo di cellulari senza campo, non c'è mai una risposta diretta alla domanda fatta, anzi la risposta è sempre quella, ricolorata e insaporita da nuovi aromi, ma un pollo allo spiedo è sempre un pollo allo spiedo. Si fa così quando non si vuole o non si può dire, o quando non si sa cosa dire.

Allora facciamo fantapolitica come nei migliori libri di Forsyth: il traduttore era pagato da una oscura associazione extra-nazionale e sicuramente trasversale che bloccava la comunicazione tra Lucarelli e Forsyth per non far svelare a questi i più nascosti segreti del traffico di cocaina, il tema del suo ultimo libro.

Le mani dei cartelli sul Festivaletteratura.








giovedì 16 settembre 2010

Passaggio in India

Ci sono vari modi per arrivare a Mantova.
Abbastanza difficile con i mezzi pubblici, più facile in auto, a meno che ...
A meno che si arrivi in auto a Mantova con l'automobile di Nicolò Ammaniti, con i resti di una cena di pesce dimenticati nel baule, destinati al primo cassonetto dell'umido e giunti sulle sponde dei laghi della città natale della guida di Dante negli Inferi, Virgilio.
Ma forse questo si accorda con la catarsi del percorso dantesco, con  pene più crudeli mentre si scende verso Lucifero, con odore più disgustoso mentre ci si avvicina alle terre gonzaghesche.

Con questo originale quanto sgradevole aneddoto inizia l'incontro al Festival con Nicolò Ammaniti.
E come spesso accade la domanda iniziale è "come mai hai iniziato a scrivere?", ma è evidente che Marino Sinibaldi conosce bene Ammaniti perché i minuti successivi sono il divertente racconto di un viaggio in India alla ricerca di una carriera di suonatore di sitar, divenuta in breve il necessario e formativo trekking himalaiano, sfociato in una depurante bevuta di una giara di acqua locale "depurata" da una quantità biblica di disinfettante, con relativo rischio della vita, vita che poi ha visto l'inizio del cammino di scrittore.
Forse per questi presupposti i romanzi iniziali di Nicolò sono da inserirsi nel filone dei cosiddetti "scrittori cannibali", racconti disordinati in cui c'è il tutto e il contrario di tutto, in salsa di sangue, crudeltà e violenza, evidentemente il cloro stava ancora scavando nel suo stomaco.
Ma un altro racconto descrive l'Ammaniti di "Io non ho paura" e di "Come Dio comanda", o del prossimo libro in uscita, libri con bambini come protagonisti, spesso in situazioni delicate, spesso alle prese con paure, spesso con il buio, spesso in condizioni di mobilità limitata.
Ammaniti descrive i suoi pomeriggi d'estate, costretto a letto dai genitori per la calura estiva delle ore immediatamente successive al pranzo, ore lunghissime, in cui il sonno non riusciva a prendere il sopravvento  e allora toccava all'immaginazione volare, macchie di umido sulla parete come carta geografiche di paesi lontani, ombre sulle tende profili di esseri mostruosi, suoni, scricchiolii, riflessi sui vetri, e la fantasia rompeva le righe e correva a briglia sciolta.
E' la situazione del bambino nel buco di "Io non ho paura", sono i momenti ad ascoltare la notte di "Come Dio comanda", in perfetto accordo con la legge di Lavoisier,  nulla si crea e nulla si distrugge, la mente tutto trasforma.
Spesso bambini e adolescenti sono i protagonisti in Ammaniti, e Nicolò spiega che sono interpreti ideali per la plasmabilità della loro personalità, per la duttilità a reagire alle situazioni in cui vengono inseriti, per il peso specifico che spesso può far cambiare il corso di una storia.

Speriamo che l'odore terribile che ha accompagnato Nicolò Ammaniti non lo tenga lontano dalla nostra città, le ore con lui sono passate scorrevoli come quelle in compagnia dei suoi libri.

L'amore è silenzio

Se uno nasce su un carretto in Trentino e poi cresce ad Erto nella valle del Vajont ha buone probabilità di fare da grande il Mauro Corona.

Scultore, alpinista, scrittore, uomo vero. Definire Corona è difficile. Spigoloso, orso, primitivo, poeta, narratore, raccontatore. Tutto questo, e una miscela di questo, e tanto altro, e tanto, tanto spirito.

Forse le sue frasi lo descrivono: "non esiste un cammino, il cammino la fai camminando", "non si può parlare d'amore, l'amore è silenzio, io quella parola lì non l'ho mai usata, e se l'ho usata ho sbagliato".
O forse quella birra invocata all'inizio dell'incontro, ricordo ed esorcismo del suo passato da alcolista, esperienza da cui ha più volte messo in guardia i giovani.

Ma era un'esperienza inevitabile, con la solitudine della terra in cui viveva e con la violenza cieca del padre, giunto a rivolgere contro il figlio una lama fermata da Mauro con le proprie mani.

Allora uno o si perde, magari annegando in quelle birre, come sono annegati nel Vajont centinaia di amici, o scopre i libri, e comincia a viaggiare con quei libri, scopre mondi e realtà diverse, scopre che pensare e parlare, scrivere, può aiutare a vivere, che se sei un raccontatore devi raccontare a tutti quelli che puoi, che quello che non va bisogna dirlo "maledetto quel proverbio che dice  - i panni sporchi si lavano in famiglia - , bisogna farsi ascoltare, bisogna gridare i problemi, bisogna lasciarsi aiutare"

Parla in anteprima del suo prossimo libro, "La fine del mondo storto", un mondo in cui spariscono di colpo i combustibili fossili, sparisce l'energia che noi conosciamo. E nessuno riesce a fare più niente, la maggior parte dell'umanità muore, gli altri cominciano ad arrangiarsi con quello c'è, qualcuno diventa cannibale, poi la vita comincia a ripartire.
E' un accorato inno al rispetto ed alla conoscenza della natura, un escursionista che si perde in un bosco non può morire con un accendino in tasca, la natura e il lavoro manuale dovrebbero essere insegnati a scuola.

Di fronte a Mauro si ride, si ride molto, ma finito il fragore del riso resta il pesante contenuto di una frase fatta rotolare come sasso lungo un dirupo, parte piano e non fa rumore, ma continuando a rotolare il rumore diviene fragore, e ti devi spostare. O riflettere e capire dove muoversi, ma comunque muoversi.

Prima di finire un consiglio: se in un bar trovate uno strano personaggio mezzo orso e mezzo folletto che vi offre da bere, non rifiutate: è Mauro Corona che vi offre da bere, perché si beve in compagnia. Non rifiutate, non offendete Mauro, non offendete in lui l'Uomo.

E non dimenticate, i libri servono anche per far soldi, soprattutto per far soldi, e aver fatto studiare tutti i suoi figli con i soldi è fonte di orgoglio per Mauro Corona, è un affrancarsi da un destino, è dare una speranza al futuro.


Golasso !

Con la finalità di parlare di giornalismo e del suo linguaggio partecipo all'incontro con Josè Altafini nella bomboniera del Teatro Scientifico di Antonio Galli Bibiena. 

Guidato e stimolato da Darwin Pastorin, Josè dà il meglio di sè raccontando le differenze tra il calcio odierno e quello del suo periodo, la relativa semplicità del tempo, si infiamma quando Pastorin dichiara di considerare Maradona il miglior giocatore di tutti i tempi, ed esalta la classe e l'unicità del compatriota Pelè.

Scatena scroscianti cascate di risate raccontando aneddoti dei suoi anni in Italia (cercatevi in rete lo scherzo dell'armadietto, è da farsi venire il mal di pancia dal ridere), ma evoca anche una commozione che inumidisce l'occhio quando ricorda la colomba che si posa sulla bara del grande Ayrton Senna (riconosco la grandezza del campione da Ferrarista non geneticamente manipolato), e non lo lascia lungo tutto il corto funebre, o quando ricorda gli ultimi anni del grande Garrincha.

Bravo Josè, il Festival è anche questo, un sano momento di divertimento, una sdrammatizzazione del calcio assai sopravvalutato di oggi, un grande professionista molto disponibile a stringere una mano, a farsi fare una foto, a firmare un autografo a chi stima in lui l'uomo e il campione.

L'ora più rilassante di questa edizione.


mercoledì 15 settembre 2010

Figli del dolore

In edizioni successive ho incontrato tre figli di vittime della violenza politica degli anni '70 e '80.
Mario Calabresi, figlio di Luigi, commissario assassinato nel 1972, Umberto Ambrosoli, figlio di Giorgio, avvocato assassinato nel 1979 e quest'anno Benedetta Tobagi, figlia di Walter, giornalista assassinato nel 1980.

E' stato l'incontro forse più emozionante di quest'anno, un incontro lungo, più di due ore, ma che più si dilatava sulla scala del tempo più sembrava stretto a contenere l'interiorità di Benedetta.
Condotto da Corrado Stajano, giornalista, scrittore, ex Senatore della Repubblica finito per sbaglio in un posto, il Palazzo, in cui non era né voluto né benvoluto, autore di "Un eroe borghese", il libro che narra la vita e la morte di Giorgio Ambrosoli, da cui fu tratto il film di Michele Placido e che mi ha spinto a scavare e a riflettere su queste assurde azioni di violenza.

I due sono accordatissimi, come se prima dell'incontro sentimenti e coscienze siano stati messi in risonanza dal diapason del ricordo e del voler conoscere il perchè, come se un paziente addetto alla pulizia dell'anima abbia ripulito tutta la polvere che prova a cancellare i ricordi, le colpe, le parole.

La vita di Benedetta non è stata facile: a tre anni ti uccidono il padre e tu vai alla scuola materna con una grande cosa da raccontare, appunto l'omicidio di un padre, un padre che a tre anni non hai ancora conosciuto, un grande padre che ti viene negato da violenza che non puoi capire, a tre anni si gioca con il padre, a tre anni quell'uomo è il tuo papà, come ancora oggi dice Umberto Ambrosoli.
Ma si deve crescere, e crescendo sbatti contro gli spigoli della coscienza, giri per strada e i cartelloni pubblicitari invece di offrirti orologi e bei vestiti ti chiedono perchè, e tu ti chiedi perchè non devo sapere, e quei perchè sono la ricerca di un padre che non hai mai avuto. E allora studi, leggi, ti fai permeare di libri, percorri la tua vita, e un giorni decidi che è ora di reimpossesarti di tuo padre.
Un padre meticoloso, che ti ha lasciato armadi pieni di meticoloso lavoro, faldoni ordinati e appunti commentati, cassette per arcaici registratori (magnetofoni, nella preistoria).
E Benedetta studia tutto, e non gli basta, va negli archivi e si studia tutto il materiale di un lungo e difficile processo, quello agli assassini di suo padre, studia e indaga sui depistaggi, sulle relazioni con i palazzi della politica (politica con la "p" minuscola, non la Politica, strumento elevato di governo della gente), del fango sparso dalla P2.
Benedetta ha fatto il suo cammino, ha fatto il suo lavoro, dal lavoro è nato un libro "Come mi batte forte il tuo cuore" in cui essa si rimpossessa del padre.

Il dialogo tra Corrado e Benedetta è vibrante, alternativamente i due riescono a suscitare commozione, Stajano viene da una lunga carriera di scrittore che guarda sotto il pelo dell'acqua torbida dell'animo umano, il suo ultimo libro "La città degli untori" analizza la Milano cattiva, quella che come la peste di Camus ogni tanto riemerge.

La sala è attenta e partecipe, c'è forte tensione, ma tensione partecipativa, tensione positiva, è come l'ultima nuvola nera alla fine del temporale, sai che tra breve arriveranno i colori dell'arcobaleno.

Le due ultime considerazioni.

La prima è il bellissimo sorriso di Benedetta, che non sparisce mai dal suo volto, neanche nei momenti più tristi del racconto.

La seconda, collegata a questa, è la sensazione comune che ho avuto incontrando Calabresi, Ambrosoli e Tobagi: tutti e tre hanno perso il padre, ma tutti hanno investito e convertito la loro esperienza devastante in crescita personale, forse i loro padri li assistono ancora, forse i loro padri proseguono la loro vita di eroi borghesi in loro.
In loro non vedi odio, vedi tanta serenità.
E allora non siamo persi, esiste ancora la speranza, come diceva Umberto Ambrosoli, la mano di un uomo non può fermare un treno, ma centinaia e migliaia di mani si. E ognuno di noi può mettere la propria.



  

Mi hanno fatto notare che nell'altra foto non sorrideva ...

Equivoco

Per scegliere gli eventi del Festival si aspetta il programma, lo si fa scorrere, si leggono le brevi descrizioni e ci si fa guidare dall'istinto. E si può sbagliare.

Leggendo la descrizione dell'evento 27, "Simon Mawer e Cino Zucchi con Luca Molinari IL ROMANZO DI UNA CASA" pensavo di trovarmi di fronte ad un evento che parlasse di un saggio, in questi tempi sto leggendo di architettura e ho pensato: "aggiudicato"

Sbagliato.
Non è un saggio, è un romanzo di una casa, come dice il titolo, ma anche della famiglia che la fa costruire, dell'architetto che la progetta, della società in cui la famiglia vive, della Brno dagli anni '20 in poi, dell'ascesa di Hitler, dell'annessione della Cecoslovacchia con il sacrificio dei Sudeti alla Conferenza di Monaco, della seconda guerra mondiale e del dopoguerra comunista.
Insomma un romanzo completo e articolato, un romanzo che pur non senza averlo conosciuto mi ha trasmesso buone sensazioni, un autore inglese, Simon Mawer, che parla un italiano bellissimo, finalista ad un importante premio letterario britannico, che racconta la fine di un epoca, l'eutanasia dell'Impero Austro - Ungarico, la cancellazione del suo stato più evoluto a livello industriale e produttivo, il dramma degli ebrei nella mitteleuropa.
Insomma, alla fine dell'incontro ho comprato il libro, è ancora chiuso, ma spesso mi chiama per essere letto.
Sono facilmente affascinabile dai libri, come mi ricordava un mio amico, "so resistere a tutto tranne alle tentazioni (Oscar Wilde)" descrive benissimo il mio rapporto con i libri.

E la casa.


Beh, non è una casa qualsiasi.
E' casa Tugendhat a Brno, il capolavoro di Ludwig Mies van der Rohe, una casa moderna ancora oggi, originale e innovativa per forme e concezione costruttiva, per gli ampi spazi vetrati, per la parete di onice, per il mobilio creato e sviluppato apposta per la casa.
Una casa viva, patrimonio mondiale dell'umanità, vera protagonista del libro.

Allora forse non ho sbagliato tanto ....

Walking In Your Footsteps

Ha seguito per più di vent'anni un pilastro della storia e della fede come fu Giovanni Paolo II.

Deve essere stato un bel colpo sentirsi chiamati al ruolo di direttore della sala stampa della Santa Sede, pur avendo già due lauree, in medicina e giornalismo, la specializzazione in psichiatria (e ora le lauree sono tre), quindi la competenza e la preparazione necessaria per affrontarlo questo ruolo.

Ma è uno di quei ruoli che ti costringe a trasformare la tua vita, che ti toglie da una dimensione personale e ti immette in una realtà condivisa, in un contesto mediatico mondiale.

E ti cambia vita e destino.

Joaquin Navarro-Valls si presenta alle persone convenute al suo evento nel cortile della Cavallerizza, in un modo semplice, quasi silenzioso, come se cercasse di riprendere possesso della sua dimensione personale.

Ma quando comincia a parlare ti rendi conto che ciò non è possibile. Una cultura smisurata, doti comunicative elevatissime, la vita con il Papa ha lasciato tracce indelebili.
Parla di tante cose, ma sembra che parli per cinque minuti, parla di cose pesantissime, parla di Platone, parla di Aristotele, parla di Marx e di Nietzsche, ma non c'è mai una volta in cui non si riesca a comprendere il concetto che vuole esprimere.
Parla di laicità, parla di dialogo religioso, parla di immigrazione, e per ognuno di questi temi usa parole delicate come un fioretto, ma pesanti come una sciabola.

Due concetti su tutti possono considerarsi eredità di questo incontro: il concetto di dignità e quello di opportunità.

Dignità è la lente attraverso cui guardare il mondo e i suoi problemi: quando non riesci a dare un nome, un colore, una connotazione a chi ti sta di fronte, mai dimenticare che hai di fronte un uomo dotato di dignità, e come tale portatore e creditore di rispetto e considerazione.

Opportunità è la condizione in cui si deve valutare se una cosa, pur giusta incontrovertibilmente, sia giusto attuarla in quel momento e in quelle condizioni. Ad esempio, il canto di un aria di Verdi o di Mozart è sicuramente non negativo e probabilmente sublime, ma sicuramente non opportuno da farsi in una situazione di lutto. O farsi una doccia, sicuramente inopportuno sotto un  temporale in centro a Milano. Allora costruire una moschea a Ground Zero (l'incontro è stato l'11 settembre) in sé non nessuna valenza negativa, ma forse questo oggi è ancora inopportuno, ci sono ancora ferite da sanare, da un lato e dall'altro.

Joaquin Navarro-Valls è una persona che ha fatto la storia, che i libri li legge, non li brucia.



martedì 14 settembre 2010

Morgan a Mantova

Il nuovo giurato di X-factor, l'alter ego di Morgan (o forse il vero Morgan) Elio, senza le Storie Tese, dimostra di essere un Artista.

Con la regia sapiente di Lina Wertmuller mette in scena un "one man show" ispirato al Giornalino di Gian Burrasca di Vamba (pseudonimo di Luigi Bertelli) e scritto nel 1907.

Una lettura recitata e cantata di un testo che mi ha riportato piacevolmente alla mia infanzia, all'edizione RAI del '64 sempre della Wertmuller e con Rita Pavone, con le musiche del grande Nino Rota (non l'ho visto nel 1964, ma qualche anno dopo, non tanti per la verità, quindi i miei sono tanti).

La capacità teatrale di Elio è notevole: con lo scorrere delle pagine lette e cantate sul palco sparisce Elio e rimane Gian Burrasca, è lui che pesca nella bocca dello zio del cognato strappandogli un dente, è lui che libera il canarino, rovina un tappeto, allaga un bagno, terrorizza un gatto, ma è ancora lui che soffrendo la fame in collegio ricorda la dolcezza della madre amorevolmente impegnata a preparare cene fantastiche, quella stessa madre di cui piange la dolcezza delle carezze davanti al focolare della casa.

Un bello spettacolo, semplice, uno spettacolo di una volta, uno di quegli spettacoli della storica RAI, uno spettacolo pesante della sua leggerezza, un spettacolo che piace ai bambini, ma che piace di più ai grandi perché per un ora possono tornare bambini, canticchiando tra se e se: viva la pappa pappa, col popopopomodoro....

Di amore e di tenebra

Ho cominciato la mia esperienza al Festival un mercoledì alla soglia del tramonto.
Ho scelto di incontrare Amos Oz pur non avendo mai letto niente di lui, ma attratto dal desiderio di conoscere un autore Israeliano, un creatore di emozioni nato in una terra violentata da emozioni.
E ho avuto la piacevole sorpresa di conoscere un uomo con un cammino interiore altrettanto lacerante e disgregante come il cammino della sua patria.

Storia di amore e di tenebra è una autobiografia, ma non sua, della sua famiglia. Una famiglia ricca di amore, una famiglia ideale per divenire adoloscente, ma che un giorno viene coperta da un manto di tenebre: la madre si suicida, il padre svanisce nel dolore, Amos viene cresciuto in un kibbuz, una fattoria collettiva.

Amos Oz dice che amore e tenebre sono parti indispensabili in una vita, e parti indispensabili tra loro, esse sono in relazione formando un legame indissolubile, non esite amore senza tenebra, nell'amore c'è sempre una parte di tenebra, e si entra nella tenebra anche dall'amore.

Le due parti cercano un equilibrio, e questo equilibrio modera il caos della vita, l'entropia del vivere. Amos Oz è un maniaco dell'ordine, per sua diretta ammissione non resiste a vedere un cucchiaino non lavato sul lavabo, deve per forza ordinarlo nel cassetto, al suo posto, in ordine.
L'antitesi tra amore e tenebra in conflitto, ma in equilibrio dinamico tra loro, sono gli strumenti per ordinare il nostro vivere, che è tutto fuorchè ordine.

Amos Oz (che ha un nome di una bellezza assoluta, un nome che non si può urlare, si può solo sussurrare, fare uscire dalle labbra con la dolcezza della brezza mattutina) ha parlato anche della sua terra, Israele. Ha detto che la creazione dei due stati, israeliano e palestinese, è inevitabile, tutti lo sanno, ma nessuno lo accetta, nessuna farà festa quando questo succederà. Con la sua abilità di narratore ha definito la situazione con questa immagine: un paziente che deve affrontare una operazione pesante e inevitabile, a cui in qualche modo si è rassegnato, ma con nessun chirurgo disposto a farla.

Cronache dal Festivaletteratura

Ciao.
E' un po' che non ci sentiamo.

Oggi torno a scrivere tentando di fare una cronaca dei miei 5 giorni passati ad incontrare autori al Festivaletteratura a Mantova.

Cercherò di portarti lo spirito degli incontri, di farti respirare un po' di quell'aria stimolante che ho aspirato a pieni polmoni in questi giorni, di materializzarti quelle immagini che mi sono rimaste fisse sulla retina, ma meglio sulla cortccia alla fine dell'esperienza.

Auguri a te che scegli di seguirmi.

Ciao

lunedì 26 luglio 2010

Alleggerire il peso che grava sulla scuola.


Ciao. Ritorno al viaggio in Inghilterra.
Una breve considerazione sul viaggio. Gli inglesi facoltosi del 19° e 20° secolo facevano il Gran Tour tra le città europee come forma di cerimonia iniziatica che li introduceva alla vita produttiva attiva (o fruitiva passiva se nobili). Viaggiando capisco la validità di questa esperienza.
 Se si viaggia ad occhi aperti, se si cammina con i piedi saldamente piantati a terra su sentieri percorsi da secoli da viaggiatori storici, se si respira la stessa aria che uomini grandi del passato hanno respirato, qualcosa cambia, qualcosa ci cambia, qualcosa si impara, qualcosa ci fa confrontare con culture diverse, qualcosa ci prende un po’ di noi, tanto prendiamo noi dai quei contesti.
E se quello che stiamo imparando non ci sembra utile in quel momento, caro lettore sta sicuro che un giorno un neurone ti si accenderà dandoti una risposta che in quel momento ti serve, neurone istruito dalla tua esperienza odierna. La più grande ed esclusiva biblioteca del mondo è quella che vive nella mente, unica ed irripetibile.
Passiamo al tema di oggi.
Durante il viaggio ho visitato due luoghi storici che mi hanno “toccato” particolarmente.
Nell’abbazia di Westminster sono passato davanti alla tomba di Elisabetta I di Inghilterra, l’”Elizabeth” dei film con Cate Blanchett, la Regina Vergine, la condottiera che schiantò l’Invincibile Armada in un fragore di legno spezzato, di tela che crepita in fiamme, di acqua che irrompe nelle falle, di tuoni di cannoni, di urla di marinai uccisi per l’onore di un regno.
E’ vero che di fronte alla morte tutti siamo uguali ma davanti a questo monumento sepolcrale ho avuto un brivido, il brivido della Storia, propria quella con la S maiuscola. Questa donna ha scritto e fatto la storia, ha imbrigliato il flusso degli eventi e lo ha indirizzato in una direzione scelta da lei, ha fatto si che il capitolo successivo a quello scritto da lei fosse su binari obbligati posati da lei. Ho sentito il peso e il respiro della storia. E ho riflettuto sulla grande solitudine in cui Elisabetta visse la sua vita, circondata da una corte immensa, ma senza avere legami con nessuno, non potendo fidarsi di nessuno, dovendo scegliere di essere crudele anche nei confronti dei membri della propria famiglia.
Un altro sepolcro, che però ora non c’è più. Nella cattedrale di Canterbury, nell’abside, una piccola candela si consuma in eterno, tenuta accesa dalla devozione dei fedeli. Rappresenta il luogo in cui era il sacello di Thomas Becket, l’arcivescovo santo di Canterbury fatto assassinare da Enrico II perché ribelle nei confronti dell’editto di sottomissione dei Vescovi al potere regale. Thomas fu ucciso nella cattedrale stessa, un altare ricorda il punto del martirio. La tomba fu fatta distruggere da Enrico VIII e le spoglie sparse e distrutte. In questo caso ho sentito la potenza del grido della libertà violata, calpestata, il non accettare un bavaglio, una limitazione delle proprie funzioni, e la violenza dell’uomo che cancella ogni traccia di un altro uomo se considerato proprio nemico. Non basta uccidere un uomo, bisogna anche cancellarne ogni idea, ogni ricordo, ogni traccia.
Ma non è così. Sparirà il mio corpo, ma spero che almeno una delle mie idee vivrà in chi mi ricorda. La piccola fiamma della candela è come un faro per chi naviga verso la libertà di pensiero e parola.
E veniamo alla scuola. Per risparmiare soldi si pensa spesso a snellire i programmi. E ogni tanto si sente di tagli alla storia, alla geografia, e via dicendo.
Ma come si può pensare a tagliare la storia dalla formazione di una mente e di una coscienza, non si può insegnare a leggere saltando l’alfabeto, non si può arrivare a conoscere l’oggi se non si è camminato sui ciottoli del passato. Non sarà possibile cancellare la storia, basta una tomba di freddo marmo per scaldare il cuore, ma senza cultura e insegnamento il marmo rimane freddo.
Non sia la storia una lastra di marmo da gettare via per alleggerire il peso economico che grava sulla scuola, sia il peso che grava sulle nostre coscienze per portarci a pensare, decifrare, leggere, affrontare il nostro mondo in cui ora viviamo, mondo che è così perché qualcuno prima di noi l’ha costruito mattone per mattone, lettera per lettera, il peso di Elisabetta, il peso di Thomas.
La spada spezzata, il luogo del martirio di Becket

venerdì 23 luglio 2010

Flusso urbano

Ciao, rieccomi dopo un po' di tempo.

Recentemente sono stato a Londra, Canterbury e nella regione del Kent.
Ti parlerò di alcune mie esperienze.

La prima è la visita alla National Gallery di Londra.
Come tutti i principali musei di Londra e della Gran Bretagna è ad accesso gratuito, nata dall'idea di rendere accessibile a tutti una collezione nata come donazione al popolo. La National non è infatti una donazione di sovrani illuminati come gli Uffizi o il Louvre  (oddio, illuminati o in cattiva situazione finanziaria, quindi con dei carichi economici da alleggerire), ma è la donazione di un borghese che ha lasciato la propria collezione al popolo di Londra. E il governo di Londra l'ha resa fruibile al pubblico, pensando alla toccata e fuga in pausa pranzo, al digestivo artistico con Rubens e Van Gogh.

Entri nel palazzo neoclassico e vieni sommerso da un flusso di bellezza impetuoso e inarrestabile, c'è tanta arte, c'è il pensiero, il modo di vedere, di leggere la realtà, di vivere il tempo, la luce, lo spazio di centinaia di grandi maestri.

Michelangelo, Monet, Leonardi, Botticelli, Vermeer, Piero della Francesca, Van Dyck, Crivelli, Rembrandt e via così, più di 2000 capolavori  tra cui passare e sognare, rimbalzare ed ammirare, riflettere, rileggere, amare, reinventare.

E' difficile percorrere una realtà come questa, è facile perdersi, sciupare tempo, energia, si vuol vedere tutto, ma senza una trama si passa e si ripassa nella stessa sala, perché ora la si sta leggendo diversamente, con altri occhi, con un cuore diverso, con un diverso peso.
E come fare allora pr affrontare una collezione come questa? C'è una ricetta valida, facile da preparare, che costi poco?

Lasciamo il quesito in sospeso.
A Londra ci si sposta con la metropolitana, con la Tube, una rete capillare di linee che ti porta in ogni destinazione tu voglia raggiungere.
Certo, devi mettere in conto i chilometri che devi percorrere per arrivare al giusto bound di ogni stazione, alle volte aiutati da scale mobili e tapis roulant, ma in maggioranza a piedi. Se però riesci a salire sul treno, beh allora è fatta, la destinazione è alle porte, quelle Sliding door che si aprono arrivato in stazione spalancandosi sulla tua meta.
E' bellissima la mappa della Tube.


E' un sistema circolatorio, nelle gallerie della Tube gli abitanti e i turisti di Londra scorrono così come scorrono globuli bianchi e rossi e piastrine nelle vene e nelle arterie del nostro corpo, un flusso di trasporto di energia e idee, un apporto di sostanze energetiche, un defluire di sostanze esauste, sangue arterioso al mattino che diviene sangue arterioso nel ritorno a casa alla sera, piccole entità intente a svolgere il proprio incarico unitario per il bene del tutto, con i turisti a rappresentare le nuove energie, il supporto economico che fa da nutrimento per le attività cittadine.
E se la Tube si ammala o chiude è una tragedia, una flebite e una trombosi che chiudono una parte di città, isolandola, rendendola sterile, il sangue non scorre più.

Resta la domanda di prima: come visitare la National Gallery? La risposta è alla Dan Brown: la risposta è nella mappa della Tube.
Ovviamente nella propria personale mappa mentale creata con un catalogo della National in mano, non c'è un architetto occulto della linea Metropolitana che ha disposto le stazioni secondo un percorso da Illuminato, Pimlico non è la rappresentazione simbolica della prospettiva centrale, ne St. Pancras la rappresentazione dello spettro cromatico utilizzato da Van Gogh nei Girasoli, ma un modo per costruite una serie di percorsi tematici, storici, cronologici, geometrici, cromatici, ottici da sovrapporre e incrociare per decodificare il proprio personale cammino con cui attraversare le sale ed effettuare la visita.

Magari in più giorni, un'ora al giorno, in pausa pranzo, dopo aver nutrito il corpo, per fornire un digestivo alla mente.

O magari, chissà, Raffaello faceva puntare il dito delle proprie Madonne sul punto su cui orientare la mappa della Metropolitana per trovare il tesoro perduto dei Templari, sparito da The Temple Church all'inizio del '300? Aspettiamo Dan Brown tra qualche Natale.



Ciao.

mercoledì 9 giugno 2010

Signori, questa è arte

Il brano è bellissimo, fiabesco, sognante: Exogenesis: Symphony, Pt. 1: Overture.
Ad un certo momento, al lato del palco un faro illumina qualcosa che inizia a muoversi.
E' un grosso disco volante, grigio scuro, si libra fluttuando, discreto, non fa rumore.
Come le foglie di Fantasia seguivano i vortici della corrente del fiume , il disco si muove portato dalle correnti d'aria (e anche da solidi cavi di ancoraggio), ma sembra che siano le note a prenderlo per mano e farlo danzare in cielo. La musica continua, poi una piccola esplosione, la base del disco si stacca, cade un trapezio ed un acrobata, non so se uomo o donna, vestito completa,mente d'argento, come un leggendario Selenita in missione diplomatica sulla terra.
Inizia a danzare nell'aria, una danza armoniosa, fatta di gesti e di forme plastiche, di acrobazia e grazia.
Danza fino alla fine del pezzo, poi se ne va, appeso alla sua nave volante.

E' stato forse il momento più bello di uno spettacolo eccezionale, la data italiana della sezione estiva del tour The Resistance dei Muse, ieri sera a Milano, a San Siro.

Pezzi poetici, leggiadri e intimi alternati a esibizioni possenti, muscolari, energetici, in una scenografia mutaforme e rutilante, evocatrice di incubi come la guerra e la paura del prossimo futuro, ma anche il sussurrato passaggio di paesaggi bucolici.
Bello, anzi bellissimo.
Ciao





venerdì 4 giugno 2010

Prologo

58.
L’applicazione più utile e utilizzata dei sistemi operativi Microsoft è da sempre il piccolo orologino nell’angolo basso destro dello schermo.
Marca il passare della giornata, scandisce le pause caffè, misura il poco tempo rimasto sulle scadenze importanti, accompagna il lento rotolare dei minuti quando non sembra che in ufficio ci sia niente da fare.
Adesso è una di queste situazioni.
Venerdì sera, tutte le grane della settimana sono o sistemate o non sistemabili, per cui rimandate a lunedì, si potrebbe cercare un lavoro facile e svelto a finirsi, ma ne vale la pena? Non è meglio finire la giornata, pensare a casa, una volta ogni tanto raggiungerla ad un orario decente e godersela? Si, oggi faccio così.
59.
Comincio a chiudere le applicazioni, la posta elettronica, oggi non voglio più comunicare con il mondo leggendo sullo schermo, non voglio più scartare le offerte di Viagra, non voglio più incazzarmi per le catene di Sant’Antonio vetero-newage, non sopporterei di dover affrontare l’ennesimo bollettino aziendale.
Maledizione al blocco dei social network, qualcuno dovrebbe spiegare alla direzione che è più facile costruire una relazione d’affari su Facebook che con decine di sterili riunioni aziendali.
Chiudo i fogli elettronici pieni di riepiloghi e previsioni, bilanci futuri e spread, future, indici di borsa, PIL, ROS, ROI, cifre flessibili ed evanescenti come gli elettroni e i fotoni che li generano.
Basta, chiudo tutto senza guardare quello che chiudo, oggi non ne posso più.
Spengo monitor e stampante, per due giorni non voglio che vadano ad incidere sul riscaldamento globale, sulla CO2, voglio fare la mia buona azione da samaritano della salvaguardia del clima.
00.
Ecco, sforerò di qualche minuto, sono un impiegato modello, troppo ligio al lavoro. Mi alzo, raccolgo il giornale, controllo il cellulare, prendo l’ombrello, la borsa ed esco dall’ufficio.
Mi dirigo verso l’ascensore, tanto ho spento tutto e posso sprecare un po’ di energia per scendere. Sono 13 piani, di solito faccio le scale, ma oggi no, sono abulico, avaro a sprecare le mie calorie, premo il bottone , aspetto che si apra la porta, entro, premo lo 0, guardo chiudersi le porte e via, vado, ebbro del piacevole trasporto controllato della gravità.
La porta si apre, esco nell’atrio del palazzo, timbro.
03.
Tre minuti in più. Sono secoli che timbro solo tre minuti dopo, oggi non è certo una giornata normale, oggi è una giornata che nei film catastrofici precede la catastrofe: esco prima e la cometa di Armageddon mi cadrà sulla testa, o verrò divorato dagli Zombi di Io sono leggenda.
Ma cosa dico? Sono proprio fuori. Basta, andiamo.
E’ piovuto, e si vede.
La città già grigia è ancora più grigia. L’acqua ha dilavato lo smog fresco da tetti e cornicioni, spalmando un uniforme manto grigiastro su marciapiedi e strade, una fumosa poltiglia ricopre le auto parcheggiate ai bordi della strada.
La nebbia di smog è stesa come un velo che ricopre la città. Tutti i colori sono stati rapiti, confinati in universo parallelo, a disposizione di qualche dio inquieto che ne fa una coperta per ricoprire la propria noia.
Io volevo uscire per annullare la mia noia, un portale interdimensionale mi ha portato nel mondo della noia.
Solo un punto della strada presenta colore. Una pozzanghera contiene un liquido oleoso, forse olio perso da una macchina, o idrocarburi trasudati dall’asfalto.
Figure iridescenti nascono e muoiono sul pelo dell’acqua, laghi colorati mutano forma mossi da forze interne, arcobaleni in miniatura delineano confini di aree flessibili.
E’ come il mago che fa le bolle di sapone, crea irrisori paradisi multicolori, che nascono e muoiono nello spazio tra due battiti di ciglia.
Esce il sole, si squarciano le nubi, ritornano i colori.
In fondo alla strada, dietro l’angolo c’è la fermata del metrò, ancora poca strada da fare.
Prima però ho ancora un rito da compiere, mi fermo davanti all’edicola, mi perdo davanti ai titoli dei giornali, retaggio del periodo precedente Internet.
Adesso non ha più senso fermarsi a leggere gli strilli dei vari quotidiani, la rete li invia in diretta da tutti gli angoli del globo, ma una volta era il modo di poter avere, almeno attraverso i titoli, un quadro complessivo delle notizie giornaliere.
Ancora oggi ho la passione dei perdermi nel melange di scritte e immagini, plastiche lucide e opache pagine dei quotidiani, gadget e ninnoli, libri ed attrezzi di cucina, rimbalzare tra questa patinata diversità come la pallina d’acciaio tra i respingenti del flipper della mia adolescenza.
Esperienza psichedelica, mi è sempre stato difficile staccarmi, di solito lo faccio quando sento la mano andare al portafoglio, la peste dell’acquisto comincia a mostrare i primi sintomi, allora occorre smettere, riprendere possesso della mano ed andarsene.
16.
Raggiungo l’angolo, l’abbonamento del metrò in mano, supero l’angolo e vedo la coda.

lunedì 31 maggio 2010

Notturno

Sono pronta.

Il mio signore mi aspetta.

Indosso una veste di garza, bianca, impalpabile. Per proteggermi dal freddo un pesante mantello di velluto verde, sul mantello ricamate in seta le salamandre del mio signore.

La mia serva mi accompagna, regge il lume, nel palazzo è tutto buio, è notte.

Esco dalle mie stanze, attraverso la loggia delle Muse, una nebbia sottile riempie l’aria in questa notte autunnale, è freddo, stringo stretta il mantello. Il sorriso emblematico di Mantova appoggiata alla vasca sembra chiedermi cosa ci faccio io a palazzo, lo so, non dovrei essere qui, ma Federico ama me, non la moglie.

La serva apre la porta, attraverso il salone, scortata dai cavalli dei signori di Mantova, Venere mi guarda dalla parete, la sua mano sembra indicare la destinazione cui sono attesa, il suo corpo morbidamente flesso a presagire il prosieguo della notte.

Attraverso la sala di Psiche, le figure gioiose ed energiche del banchetto sembrano staccarsi dai muri e invitarmi a partecipare alla festa. Ancora Venere al centro della sala, la più lussuriosa Venere mai scolpita, tanto affascinante da indurre i puri a volgere lo sguardo, specolo di quella Venere che portò Paride a scatenare la più grande guerra dell’antichità. Guardo il dipinto in cui il pittore raffigurò me Federico e lui come i personaggi della storia di Olimpiade, non riesco a capire se ci fosse gelosia nel suo ritrarsi a spiare il nostro abbraccio.

Le camere di Federico sono vuote, il mio signore è già là, le attraverso veloce, ansiosa.

Devo attraversare la loggia di Davide, è più freddo, spira un vento teso, pulirà la nebbia, domani sarà una di quelle giornate autunnali solari, in cui il cielo è bellissimo, l’aria sottile, gli ultimi uccelli partiranno per i luoghi caldi. Anche Federico partirà domani, lo aspettano in Monferrato con la moglie, affari di stato, rimarrà là per un giro completa di luna, è per quello che mi aspetta stasera.

Anche in questa loggia il pittore sembra voglia farsi beffa di me, la storia del re Davide sembra la storia del mio principe, non so se Giulio voglia condannarmi per il mio donarmi a Federico, o brami anche lui il mio amore, amore che non potrà mai avere.

Sto per entrare nella sala dei Giganti, è qui che mi aspetta il principe.

La sala è il suo compimento, il suo gioco, il suo scrigno. La studiata lui con Giulio, ha fissato per giorni il modello, ha lasciato fare tutto al pittore, gli ha lasciato creare questa grotta delle meraviglie che lascia gli occhi dei visitatori smarriti, persi, disorientati. E impauriti. Qualcuno è fuggito, sconvolto, i bambini hanno paura dei volti contorti dei giganti schiantati dagli dei.

Federico mi ha spiegato che la sala ti deve prendere come in vortice, portare nella scena. Il pittore non ha lasciato niente al caso, ha studiato il tutto per toccare tutti i sensi di chi entra.

Sulla porta la serva se ne va, Federico mi fa segno di entrare, mi attende al centro della sala. Il camino è acceso, la legna crepita, gli scoppi imprevedibili dei ceppi infuocati si armonizzano con lo sbattere della finestra che gioca sui cardini colpiti dal vento. I suoni sembrano lamenti e grida dei titani sconvolti e schiacciati. I piedi camminano con difficoltà sui ciottoli che disegnano una spirale che ti porta giù, nell’Ade in cui vengono scaraventati i mostri. Il muoversi ondeggiando sul suolo sconnesso sembra ricordare lo sconvolgimento della terra violentata del disastro del monte creato da giganti e titani per arrivare all’Olimpo. Fa freddo, il mio signore mi ha tolto il mantello e mi abbraccia, sento il suo calore penetrare il mio corpo, la sensazione di sicurezza che viene dal mio adagiarsi a lui, quasi a proteggermi dalle pietre che rotolano. Le vampe nel camino distorcono ancora di più i volti, se questo fosse possibile, gli occhi sembrano seguirti, le mascelle ghignare, gli arti tendersi, gli immensi muscoli guizzare in ultimo tentativo di difesa, in un ultimo anelito di vita. Il fuoco brucia e dà vita alle pareti. C’è umido, la nebbia filtra dalle finestre, un odore inconfondibile, l’odore di queste terre d’acqua, odore di muschio, odore di verzura, odore di morte che prepara la vita. Ma c’è anche il mio profumo, che si fonde con il profumo di Federico, le essenze di malva e lavanda, il profumo della sua pelle.

Federico mi offre una coppa di vino pregiato, mi fa alzare lo sguardo, mi mostra Venere nell’Olimpo, mi dice che io, Isabella, posso stare al suo fianco, mi dice che le farei ombra, mi dice che sarebbe invidiosa del mio viso e del mio corpo. Venere mi odierebbe.

Federico mi bacia. Resta solo la notte.


Sala dei Giganti in Palazzo Te a Mantova

giovedì 27 maggio 2010

La finestra


Fuori dalla finestra l’aria cristallizza.
Dentro la finestra condensa il mio respiro.

Fuori dalla finestra riflessi dorati nelle nebbia.
Dentro la finestra il bianco delle mie mani sul vetro.

Fuori dalla finestra gli scheletri nudi degli alberi.
Dentro la finestra il colore delle mie unghie.

Fuori dalla finestra un unico pettirosso.
Dentro la finestra il ritmico pulsare del mio cuore.

Fuori la finestra impronte di passi sulla rugiada.
Dentro la finestra i miei capelli ritorti sull’indice.

Fuori la finestra un vento teso.
Dentro la finestra un occhio umido.

Fuori la finestra campane lontane.
Dentro la finestra il vetro rimbomba sotto i miei colpi di rabbia.

Fuori dalla finestra l’oscurità stende il suo velo.
Dentro la finestra una morsa mi stringe il cuore.

Fuori dalla finestra ti vedo andare via.
Dentro la finestra un bacio sul vetro.

Scrivo “ciao” sul vetro, compagno del mio cammino.


martedì 11 maggio 2010

Si, viaggiare

Ciao lettore carissimo.

Parliamo di viaggi? Si, parliamone

Possiamo considerare il viaggio una terapia, il chiudersi alle spalle la porta di casa, il prendere la valigia in mano e recarsi in una città diversa dalla propria per scopo di pura evasione ha sicuramente effettivamente positivi sull'equilibrio psico-fisico.

Vuoi mettere avere palazzi, strade, musei, volti, voci, quadri, cieli, colori, profumi, sapori, emozioni, tutti nuovi, tutti diversi dalla quotidianità, pronti ad essere assemblati a piacimento, creando ogni giorno una città nuova, una città come la voglio io, a mia misura?

Sei in grado di apprezzare la pienezza di stimoli sensoriali nuovi, senti l'energia che ti scorre tra pelle e muscoli, riesci a vedere lo stupore nei tuoi occhi di fronte al nuovo, o al già visto, ma che in particolari situazioni diventa ancora più nuovo, magari perché oggi il particolare che vedi è stato colpito da un raggio di sole nuovo, senti la stanchezza catartica dell'acido lattico nei tuoi muscoli la sera quando, molto stanco ma molto felice, ti stendi sul letto, schiacci il tasto rewind e rivivi l'intera giornata?

E' fantastico! è la cura migliore per chi ama conoscere, per chi ama il bello, per chi riesce ancora a stupirsi, forse a commuoversi, di fronte ai capolavori del genio dell'uomo, quell'uomo che sa essere molto crudele, ma che porta in sé il genio creativo che lo rende unico e speciale.

E non si impara solo arte o architettura, ma modi di vita, tradizioni, sapori, unicità che rendono preziosa la diversità.

Questo gioco pirotecnico di esperienze riesce a lasciare via la preoccupazione del vivere quotidiano, ci permette di schiacciare il tasto Pausa e rimanere in attesa per qualche giorno, è come una piscina in cui galleggiare e non sentire il peso del proprio corpo, i rilasci di endorfine e di adrenalina scaricano lo spirito dalle tensioni, si galleggia in una piscina ideale in cui lo spirito e la mente sono piacevolmente isolate dal dolore e dalla preoccupazione.

Qualche istruzione per migliorare l'esperienza del viaggio:
  • partire con una buona programmazione, ma con una certa flessibilità giornaliera;
  • il viaggio organizzato non lascia spazio a spiacevoli sorprese, ma lega a scelte non tue, quindi limita gli effetti cullanti sull'io;
  • preoccuparsi di avere abbigliamento e scarpe adatte, trovarsi alla base di Trinità dei Monti con scarpe strette o a Londra senza ombrello può essere antipaticamente spiacevole;
  • acquistare una buona guida turistica, una di quelle che ti sa dare informazioni anche su quello che sta al di fuori del percorso turistico ufficiale;
  • soprattutto, scegliersi bene eventuali compagni viaggio, buona compagnia amplifica il piacere.
Nessuna controindicazione?

Purtroppo sì.

Il viaggio alla fine termina.

E non sempre si può partire.




giovedì 6 maggio 2010

Una giara mai piena

Ciao.
Oggi rifletto sui sentimenti.

La tesi è che se un sentimento è talmente forte da essere quasi puro porta ad una fusione tra le persone che si amano. Ma credo anche in quelle che si odiano.

Il trasferimento di sensazioni, emozioni, sguardi, respiri, flebili sussurri ed urla di gioia portano ad uno scambio osmotico per cui si ha un trasferimento tra le parti in causa.
Dal compimento dell'opera, nessuno dei due è solamente proprio, ognuno dei due è portatore sano di una parte dell'anima dell'amato, il cuore dei due diviene condiviso. Nessuno ha più un cuore solo, ognuno vive anche tramite l'altro.

Questa situazione porta inevitabilmente ad un surplus di linfa vitale, linfa che influenza anche le persone circostanti, influenza positiva, anche loro si accordano sull'energia vitale debordante come un'aurora boreale di amore, con tutti i magnifici colori che la compongono, elettrici, vibranti, energici.

Se l'amore è perfetto non finisce più, anche se il fato lo violenta.
I due cuori sono indivisibili, uno dei due fa vivere l'altro.
In questa situazione non serve neanche il ricordo, non c'è niente da ricordare, c'è solo da vivere in modo diverso il rapporto precedente, c'è da far fertilizzare l'intesa intellettuale che si era creata, ci sono gesti da perpetuare, ci sono occhi che guardano con più profondità, ci sono mani che sentono anche i rilievi più sottili, ci sono sentieri nuovi con appoggi forti che ti aiutano a percorrerli.

Fa lo stesso anche l'odio, ma in questo caso si ha l'annichilimento dell'Io, restano solo matasse di odio roteanti nell'aria.

L'amore vive per sempre.


giovedì 22 aprile 2010

Proprietà terapeutiche della techno

Ciao.
In questi giorni sto facendo una scoperta decisamente inaspettata.

Non scopro niente di nuovo riguardo le proprietà terapeutiche della musica. Le stimolazioni sensoriali delle armonie musicali interagiscono con gli stati emotivi del nostro Io, fin dal grembo e nel grembo della madre.
Prova a immaginare questa situazione:

Laghetto di montagna, leggera brezza, stormire delle cime dei sempreverdi, lontani gorgheggi degli uccelli, tavola preparata con classe, una tovaglia bianca che scende fino quasi a lambire il terreno, fiori, porcellana, cristalli, candele profumate. Portate gustose e delicate, vini di carattere, profumi e aromi deliziosi. Dietro una balconata stupenda, come le Odle, o la piramide del Cervino.
Stupendo, vero?

Ecco, adesso aggiungi un movimento dalle Quattro Stagioni di Vivaldi, o la sinfonia n° 6 di Beethoven, meglio nota come la "Pastorale". Adesso ci sei, sei immerso in un'esperienza sensoriale quasi esaustiva, tutto fa esplodere i tuoi recettori di senso.

Bene, ho provato a esporre il concetto, ma non ho scoperto niente di nuovo, appunto.
Finora.

In questi giorni sto facendo un'esperienza inattesa: ho trovato un uso diverso della musica.
Sto scoprendo la techno come antistress.

Musica techno di quella buona, intendiamoci, Fat Boy Slim, Prodigy, The Chemical Brothers.
Credo sia il metronomo alla base dei brani che riesce a forzare un ordine al disordine browniano dei pensieri nella condizione di stress, l'isolamento dall'esterno provocato dalle stress sensoriale del pieno della techno nelle orecchie, quasi a simulare il cullare ovattato del camminare nella nebbia (qui spunta il mio legame con il territorio mantovano).
Ma forse è anche qualcosa di chimico che questa musica scatena nelle strutture subcorticali del cervello, quelle limbiche, primitive.

Non so, dovrei approfondire lo studio, ma dopo qualche brano il mio cervello diviene più reattivo, riprende il suo posto nella teca cranica e si instrada su binari razionali.

Se vuoi provalo e fammi sapere, te lo consiglio in unione con un po' di attività fisica, come un'oretta di bici, ma mi raccomando, su strade poco trafficate, non vorrei che la techno ti isolasse troppo.

lunedì 19 aprile 2010

Sguardi


Sono un vampiro.
Uno di quegli esseri che hanno bisogno di rubare l’energia vitale delle persone per poter vivere.
Ma non pensate a canini affusolati rossi del vostro sangue, a carne bianca e fredda, a non morti, a pipistrelli, urla di terrore, grida. Non mi nutro di sangue.
Mi nutro di bellezza.
Ho bisogno di bellezza intorno, devo sentirla fluire nel mio corpo per sentire scorrere il sangue nelle mie vene superficiali, ne ho bisogno per vedere i colori del mondo, per sentire le note argentine di una risata.
La rubo silenziosamente, i miei occhi sono i canini, la cerco, la scelgo, mi apposto, quando riesco a vedere bene la guardo, lascio che fluisca in me.
Posso passare ore a guardare un bellissimo sguardo, posso lasciare vagare i miei occhi senza meta sulle curve vaporose di stupendi capelli color della notte, posso scalare e poi scendere per poi risalirvi sulla pendenza perfetta di un profilo bellissimo, posso bearmi dell’armonia di un corpo statuario, posso cullarmi nel cuscino di una morbida forma.
Avrete già capito che la bellezza che prediligo è quella femminile, è l’unica veramente vitale, in caso di emergenza posso nutrirmi di un paesaggio, di una cascata, di un alto albero, ma è come per i miei fratelli nel sangue nutrirsi di quello di un animale, sopravvivi, non vivi.
Raramente può capitare di incontrare pietre preziose, esseri celestiali che con la bellezza esteriore coniugano intelligenza superiore e animo cristallino, le vedi già da fuori. Poi ti avvicini e scopri le doti interiori. E allora è un’apoteosi, un esperienza lisergica, la luce esplode, piccoli arcobaleni risplendono negli umori degli occhi, i suoni si puliscono, senti solo la sua voce, il suo profumo ti arriva forte e sensuale, perché nel frattempo tutti i tuoi sensi funzionano in stato di sovreccitazione.  Se per qualche ragione lei ti dovesse toccare, scosse di piacere subliminato scorrerebbero  su tutta la tua pelle.
Morirò, lo so, come i vampiri vengono uccisi dai paletti di frassino, verrò impalato da una delusione, un freddo ago di ghiaccio trafiggerà il mio cuore, rimarrò lì, con il cuore a pompare solo sangue, a vederti andare via, a riprenderti i tuoi doni, a portare via quella luce che uccide i vampiri, ma che a me permette di percorre ogni giorno le vie di questo mondo.
Sono un vampiro.