Ci sono vari modi per arrivare a Mantova.
Abbastanza difficile con i mezzi pubblici, più facile in auto, a meno che ...
A meno che si arrivi in auto a Mantova con l'automobile di Nicolò Ammaniti, con i resti di una cena di pesce dimenticati nel baule, destinati al primo cassonetto dell'umido e giunti sulle sponde dei laghi della città natale della guida di Dante negli Inferi, Virgilio.
Ma forse questo si accorda con la catarsi del percorso dantesco, con pene più crudeli mentre si scende verso Lucifero, con odore più disgustoso mentre ci si avvicina alle terre gonzaghesche.
Con questo originale quanto sgradevole aneddoto inizia l'incontro al Festival con Nicolò Ammaniti.
E come spesso accade la domanda iniziale è "come mai hai iniziato a scrivere?", ma è evidente che Marino Sinibaldi conosce bene Ammaniti perché i minuti successivi sono il divertente racconto di un viaggio in India alla ricerca di una carriera di suonatore di sitar, divenuta in breve il necessario e formativo trekking himalaiano, sfociato in una depurante bevuta di una giara di acqua locale "depurata" da una quantità biblica di disinfettante, con relativo rischio della vita, vita che poi ha visto l'inizio del cammino di scrittore.
Forse per questi presupposti i romanzi iniziali di Nicolò sono da inserirsi nel filone dei cosiddetti "scrittori cannibali", racconti disordinati in cui c'è il tutto e il contrario di tutto, in salsa di sangue, crudeltà e violenza, evidentemente il cloro stava ancora scavando nel suo stomaco.
Ma un altro racconto descrive l'Ammaniti di "Io non ho paura" e di "Come Dio comanda", o del prossimo libro in uscita, libri con bambini come protagonisti, spesso in situazioni delicate, spesso alle prese con paure, spesso con il buio, spesso in condizioni di mobilità limitata.
Ammaniti descrive i suoi pomeriggi d'estate, costretto a letto dai genitori per la calura estiva delle ore immediatamente successive al pranzo, ore lunghissime, in cui il sonno non riusciva a prendere il sopravvento e allora toccava all'immaginazione volare, macchie di umido sulla parete come carta geografiche di paesi lontani, ombre sulle tende profili di esseri mostruosi, suoni, scricchiolii, riflessi sui vetri, e la fantasia rompeva le righe e correva a briglia sciolta.
E' la situazione del bambino nel buco di "Io non ho paura", sono i momenti ad ascoltare la notte di "Come Dio comanda", in perfetto accordo con la legge di Lavoisier, nulla si crea e nulla si distrugge, la mente tutto trasforma.
Spesso bambini e adolescenti sono i protagonisti in Ammaniti, e Nicolò spiega che sono interpreti ideali per la plasmabilità della loro personalità, per la duttilità a reagire alle situazioni in cui vengono inseriti, per il peso specifico che spesso può far cambiare il corso di una storia.
Speriamo che l'odore terribile che ha accompagnato Nicolò Ammaniti non lo tenga lontano dalla nostra città, le ore con lui sono passate scorrevoli come quelle in compagnia dei suoi libri.
La parola assume potere nel momento in cui viene letta: nella mente del lettore assume forma, colore e connotazioni personali. Ma la parola va prima scritta, oggi ho deciso di provarci
giovedì 16 settembre 2010
L'amore è silenzio
Se uno nasce su un carretto in Trentino e poi cresce ad Erto nella valle del Vajont ha buone probabilità di fare da grande il Mauro Corona.
Scultore, alpinista, scrittore, uomo vero. Definire Corona è difficile. Spigoloso, orso, primitivo, poeta, narratore, raccontatore. Tutto questo, e una miscela di questo, e tanto altro, e tanto, tanto spirito.
Forse le sue frasi lo descrivono: "non esiste un cammino, il cammino la fai camminando", "non si può parlare d'amore, l'amore è silenzio, io quella parola lì non l'ho mai usata, e se l'ho usata ho sbagliato".
O forse quella birra invocata all'inizio dell'incontro, ricordo ed esorcismo del suo passato da alcolista, esperienza da cui ha più volte messo in guardia i giovani.
Ma era un'esperienza inevitabile, con la solitudine della terra in cui viveva e con la violenza cieca del padre, giunto a rivolgere contro il figlio una lama fermata da Mauro con le proprie mani.
Allora uno o si perde, magari annegando in quelle birre, come sono annegati nel Vajont centinaia di amici, o scopre i libri, e comincia a viaggiare con quei libri, scopre mondi e realtà diverse, scopre che pensare e parlare, scrivere, può aiutare a vivere, che se sei un raccontatore devi raccontare a tutti quelli che puoi, che quello che non va bisogna dirlo "maledetto quel proverbio che dice - i panni sporchi si lavano in famiglia - , bisogna farsi ascoltare, bisogna gridare i problemi, bisogna lasciarsi aiutare"
Parla in anteprima del suo prossimo libro, "La fine del mondo storto", un mondo in cui spariscono di colpo i combustibili fossili, sparisce l'energia che noi conosciamo. E nessuno riesce a fare più niente, la maggior parte dell'umanità muore, gli altri cominciano ad arrangiarsi con quello c'è, qualcuno diventa cannibale, poi la vita comincia a ripartire.
E' un accorato inno al rispetto ed alla conoscenza della natura, un escursionista che si perde in un bosco non può morire con un accendino in tasca, la natura e il lavoro manuale dovrebbero essere insegnati a scuola.
Di fronte a Mauro si ride, si ride molto, ma finito il fragore del riso resta il pesante contenuto di una frase fatta rotolare come sasso lungo un dirupo, parte piano e non fa rumore, ma continuando a rotolare il rumore diviene fragore, e ti devi spostare. O riflettere e capire dove muoversi, ma comunque muoversi.
Prima di finire un consiglio: se in un bar trovate uno strano personaggio mezzo orso e mezzo folletto che vi offre da bere, non rifiutate: è Mauro Corona che vi offre da bere, perché si beve in compagnia. Non rifiutate, non offendete Mauro, non offendete in lui l'Uomo.
E non dimenticate, i libri servono anche per far soldi, soprattutto per far soldi, e aver fatto studiare tutti i suoi figli con i soldi è fonte di orgoglio per Mauro Corona, è un affrancarsi da un destino, è dare una speranza al futuro.
Scultore, alpinista, scrittore, uomo vero. Definire Corona è difficile. Spigoloso, orso, primitivo, poeta, narratore, raccontatore. Tutto questo, e una miscela di questo, e tanto altro, e tanto, tanto spirito.
Forse le sue frasi lo descrivono: "non esiste un cammino, il cammino la fai camminando", "non si può parlare d'amore, l'amore è silenzio, io quella parola lì non l'ho mai usata, e se l'ho usata ho sbagliato".
O forse quella birra invocata all'inizio dell'incontro, ricordo ed esorcismo del suo passato da alcolista, esperienza da cui ha più volte messo in guardia i giovani.
Ma era un'esperienza inevitabile, con la solitudine della terra in cui viveva e con la violenza cieca del padre, giunto a rivolgere contro il figlio una lama fermata da Mauro con le proprie mani.
Allora uno o si perde, magari annegando in quelle birre, come sono annegati nel Vajont centinaia di amici, o scopre i libri, e comincia a viaggiare con quei libri, scopre mondi e realtà diverse, scopre che pensare e parlare, scrivere, può aiutare a vivere, che se sei un raccontatore devi raccontare a tutti quelli che puoi, che quello che non va bisogna dirlo "maledetto quel proverbio che dice - i panni sporchi si lavano in famiglia - , bisogna farsi ascoltare, bisogna gridare i problemi, bisogna lasciarsi aiutare"
Parla in anteprima del suo prossimo libro, "La fine del mondo storto", un mondo in cui spariscono di colpo i combustibili fossili, sparisce l'energia che noi conosciamo. E nessuno riesce a fare più niente, la maggior parte dell'umanità muore, gli altri cominciano ad arrangiarsi con quello c'è, qualcuno diventa cannibale, poi la vita comincia a ripartire.
E' un accorato inno al rispetto ed alla conoscenza della natura, un escursionista che si perde in un bosco non può morire con un accendino in tasca, la natura e il lavoro manuale dovrebbero essere insegnati a scuola.
Di fronte a Mauro si ride, si ride molto, ma finito il fragore del riso resta il pesante contenuto di una frase fatta rotolare come sasso lungo un dirupo, parte piano e non fa rumore, ma continuando a rotolare il rumore diviene fragore, e ti devi spostare. O riflettere e capire dove muoversi, ma comunque muoversi.
Prima di finire un consiglio: se in un bar trovate uno strano personaggio mezzo orso e mezzo folletto che vi offre da bere, non rifiutate: è Mauro Corona che vi offre da bere, perché si beve in compagnia. Non rifiutate, non offendete Mauro, non offendete in lui l'Uomo.
E non dimenticate, i libri servono anche per far soldi, soprattutto per far soldi, e aver fatto studiare tutti i suoi figli con i soldi è fonte di orgoglio per Mauro Corona, è un affrancarsi da un destino, è dare una speranza al futuro.
Golasso !
Con la finalità di parlare di giornalismo e del suo linguaggio partecipo all'incontro con Josè Altafini nella bomboniera del Teatro Scientifico di Antonio Galli Bibiena.
Guidato e stimolato da Darwin Pastorin, Josè dà il meglio di sè raccontando le differenze tra il calcio odierno e quello del suo periodo, la relativa semplicità del tempo, si infiamma quando Pastorin dichiara di considerare Maradona il miglior giocatore di tutti i tempi, ed esalta la classe e l'unicità del compatriota Pelè.
Scatena scroscianti cascate di risate raccontando aneddoti dei suoi anni in Italia (cercatevi in rete lo scherzo dell'armadietto, è da farsi venire il mal di pancia dal ridere), ma evoca anche una commozione che inumidisce l'occhio quando ricorda la colomba che si posa sulla bara del grande Ayrton Senna (riconosco la grandezza del campione da Ferrarista non geneticamente manipolato), e non lo lascia lungo tutto il corto funebre, o quando ricorda gli ultimi anni del grande Garrincha.
Bravo Josè, il Festival è anche questo, un sano momento di divertimento, una sdrammatizzazione del calcio assai sopravvalutato di oggi, un grande professionista molto disponibile a stringere una mano, a farsi fare una foto, a firmare un autografo a chi stima in lui l'uomo e il campione.
L'ora più rilassante di questa edizione.
Guidato e stimolato da Darwin Pastorin, Josè dà il meglio di sè raccontando le differenze tra il calcio odierno e quello del suo periodo, la relativa semplicità del tempo, si infiamma quando Pastorin dichiara di considerare Maradona il miglior giocatore di tutti i tempi, ed esalta la classe e l'unicità del compatriota Pelè.
Scatena scroscianti cascate di risate raccontando aneddoti dei suoi anni in Italia (cercatevi in rete lo scherzo dell'armadietto, è da farsi venire il mal di pancia dal ridere), ma evoca anche una commozione che inumidisce l'occhio quando ricorda la colomba che si posa sulla bara del grande Ayrton Senna (riconosco la grandezza del campione da Ferrarista non geneticamente manipolato), e non lo lascia lungo tutto il corto funebre, o quando ricorda gli ultimi anni del grande Garrincha.
Bravo Josè, il Festival è anche questo, un sano momento di divertimento, una sdrammatizzazione del calcio assai sopravvalutato di oggi, un grande professionista molto disponibile a stringere una mano, a farsi fare una foto, a firmare un autografo a chi stima in lui l'uomo e il campione.
L'ora più rilassante di questa edizione.
mercoledì 15 settembre 2010
Figli del dolore
In edizioni successive ho incontrato tre figli di vittime della violenza politica degli anni '70 e '80.
Mario Calabresi, figlio di Luigi, commissario assassinato nel 1972, Umberto Ambrosoli, figlio di Giorgio, avvocato assassinato nel 1979 e quest'anno Benedetta Tobagi, figlia di Walter, giornalista assassinato nel 1980.
E' stato l'incontro forse più emozionante di quest'anno, un incontro lungo, più di due ore, ma che più si dilatava sulla scala del tempo più sembrava stretto a contenere l'interiorità di Benedetta.
Condotto da Corrado Stajano, giornalista, scrittore, ex Senatore della Repubblica finito per sbaglio in un posto, il Palazzo, in cui non era né voluto né benvoluto, autore di "Un eroe borghese", il libro che narra la vita e la morte di Giorgio Ambrosoli, da cui fu tratto il film di Michele Placido e che mi ha spinto a scavare e a riflettere su queste assurde azioni di violenza.
I due sono accordatissimi, come se prima dell'incontro sentimenti e coscienze siano stati messi in risonanza dal diapason del ricordo e del voler conoscere il perchè, come se un paziente addetto alla pulizia dell'anima abbia ripulito tutta la polvere che prova a cancellare i ricordi, le colpe, le parole.
La vita di Benedetta non è stata facile: a tre anni ti uccidono il padre e tu vai alla scuola materna con una grande cosa da raccontare, appunto l'omicidio di un padre, un padre che a tre anni non hai ancora conosciuto, un grande padre che ti viene negato da violenza che non puoi capire, a tre anni si gioca con il padre, a tre anni quell'uomo è il tuo papà, come ancora oggi dice Umberto Ambrosoli.
Ma si deve crescere, e crescendo sbatti contro gli spigoli della coscienza, giri per strada e i cartelloni pubblicitari invece di offrirti orologi e bei vestiti ti chiedono perchè, e tu ti chiedi perchè non devo sapere, e quei perchè sono la ricerca di un padre che non hai mai avuto. E allora studi, leggi, ti fai permeare di libri, percorri la tua vita, e un giorni decidi che è ora di reimpossesarti di tuo padre.
Un padre meticoloso, che ti ha lasciato armadi pieni di meticoloso lavoro, faldoni ordinati e appunti commentati, cassette per arcaici registratori (magnetofoni, nella preistoria).
E Benedetta studia tutto, e non gli basta, va negli archivi e si studia tutto il materiale di un lungo e difficile processo, quello agli assassini di suo padre, studia e indaga sui depistaggi, sulle relazioni con i palazzi della politica (politica con la "p" minuscola, non la Politica, strumento elevato di governo della gente), del fango sparso dalla P2.
Benedetta ha fatto il suo cammino, ha fatto il suo lavoro, dal lavoro è nato un libro "Come mi batte forte il tuo cuore" in cui essa si rimpossessa del padre.
Il dialogo tra Corrado e Benedetta è vibrante, alternativamente i due riescono a suscitare commozione, Stajano viene da una lunga carriera di scrittore che guarda sotto il pelo dell'acqua torbida dell'animo umano, il suo ultimo libro "La città degli untori" analizza la Milano cattiva, quella che come la peste di Camus ogni tanto riemerge.
La sala è attenta e partecipe, c'è forte tensione, ma tensione partecipativa, tensione positiva, è come l'ultima nuvola nera alla fine del temporale, sai che tra breve arriveranno i colori dell'arcobaleno.
Le due ultime considerazioni.
La prima è il bellissimo sorriso di Benedetta, che non sparisce mai dal suo volto, neanche nei momenti più tristi del racconto.
La seconda, collegata a questa, è la sensazione comune che ho avuto incontrando Calabresi, Ambrosoli e Tobagi: tutti e tre hanno perso il padre, ma tutti hanno investito e convertito la loro esperienza devastante in crescita personale, forse i loro padri li assistono ancora, forse i loro padri proseguono la loro vita di eroi borghesi in loro.
In loro non vedi odio, vedi tanta serenità.
E allora non siamo persi, esiste ancora la speranza, come diceva Umberto Ambrosoli, la mano di un uomo non può fermare un treno, ma centinaia e migliaia di mani si. E ognuno di noi può mettere la propria.
Mario Calabresi, figlio di Luigi, commissario assassinato nel 1972, Umberto Ambrosoli, figlio di Giorgio, avvocato assassinato nel 1979 e quest'anno Benedetta Tobagi, figlia di Walter, giornalista assassinato nel 1980.
E' stato l'incontro forse più emozionante di quest'anno, un incontro lungo, più di due ore, ma che più si dilatava sulla scala del tempo più sembrava stretto a contenere l'interiorità di Benedetta.
Condotto da Corrado Stajano, giornalista, scrittore, ex Senatore della Repubblica finito per sbaglio in un posto, il Palazzo, in cui non era né voluto né benvoluto, autore di "Un eroe borghese", il libro che narra la vita e la morte di Giorgio Ambrosoli, da cui fu tratto il film di Michele Placido e che mi ha spinto a scavare e a riflettere su queste assurde azioni di violenza.
I due sono accordatissimi, come se prima dell'incontro sentimenti e coscienze siano stati messi in risonanza dal diapason del ricordo e del voler conoscere il perchè, come se un paziente addetto alla pulizia dell'anima abbia ripulito tutta la polvere che prova a cancellare i ricordi, le colpe, le parole.
La vita di Benedetta non è stata facile: a tre anni ti uccidono il padre e tu vai alla scuola materna con una grande cosa da raccontare, appunto l'omicidio di un padre, un padre che a tre anni non hai ancora conosciuto, un grande padre che ti viene negato da violenza che non puoi capire, a tre anni si gioca con il padre, a tre anni quell'uomo è il tuo papà, come ancora oggi dice Umberto Ambrosoli.
Ma si deve crescere, e crescendo sbatti contro gli spigoli della coscienza, giri per strada e i cartelloni pubblicitari invece di offrirti orologi e bei vestiti ti chiedono perchè, e tu ti chiedi perchè non devo sapere, e quei perchè sono la ricerca di un padre che non hai mai avuto. E allora studi, leggi, ti fai permeare di libri, percorri la tua vita, e un giorni decidi che è ora di reimpossesarti di tuo padre.
Un padre meticoloso, che ti ha lasciato armadi pieni di meticoloso lavoro, faldoni ordinati e appunti commentati, cassette per arcaici registratori (magnetofoni, nella preistoria).
E Benedetta studia tutto, e non gli basta, va negli archivi e si studia tutto il materiale di un lungo e difficile processo, quello agli assassini di suo padre, studia e indaga sui depistaggi, sulle relazioni con i palazzi della politica (politica con la "p" minuscola, non la Politica, strumento elevato di governo della gente), del fango sparso dalla P2.
Benedetta ha fatto il suo cammino, ha fatto il suo lavoro, dal lavoro è nato un libro "Come mi batte forte il tuo cuore" in cui essa si rimpossessa del padre.
Il dialogo tra Corrado e Benedetta è vibrante, alternativamente i due riescono a suscitare commozione, Stajano viene da una lunga carriera di scrittore che guarda sotto il pelo dell'acqua torbida dell'animo umano, il suo ultimo libro "La città degli untori" analizza la Milano cattiva, quella che come la peste di Camus ogni tanto riemerge.
La sala è attenta e partecipe, c'è forte tensione, ma tensione partecipativa, tensione positiva, è come l'ultima nuvola nera alla fine del temporale, sai che tra breve arriveranno i colori dell'arcobaleno.
Le due ultime considerazioni.
La prima è il bellissimo sorriso di Benedetta, che non sparisce mai dal suo volto, neanche nei momenti più tristi del racconto.
La seconda, collegata a questa, è la sensazione comune che ho avuto incontrando Calabresi, Ambrosoli e Tobagi: tutti e tre hanno perso il padre, ma tutti hanno investito e convertito la loro esperienza devastante in crescita personale, forse i loro padri li assistono ancora, forse i loro padri proseguono la loro vita di eroi borghesi in loro.
In loro non vedi odio, vedi tanta serenità.
E allora non siamo persi, esiste ancora la speranza, come diceva Umberto Ambrosoli, la mano di un uomo non può fermare un treno, ma centinaia e migliaia di mani si. E ognuno di noi può mettere la propria.
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| Mi hanno fatto notare che nell'altra foto non sorrideva ... |
Equivoco
Per scegliere gli eventi del Festival si aspetta il programma, lo si fa scorrere, si leggono le brevi descrizioni e ci si fa guidare dall'istinto. E si può sbagliare.
Leggendo la descrizione dell'evento 27, "Simon Mawer e Cino Zucchi con Luca Molinari IL ROMANZO DI UNA CASA" pensavo di trovarmi di fronte ad un evento che parlasse di un saggio, in questi tempi sto leggendo di architettura e ho pensato: "aggiudicato"
Sbagliato.
Non è un saggio, è un romanzo di una casa, come dice il titolo, ma anche della famiglia che la fa costruire, dell'architetto che la progetta, della società in cui la famiglia vive, della Brno dagli anni '20 in poi, dell'ascesa di Hitler, dell'annessione della Cecoslovacchia con il sacrificio dei Sudeti alla Conferenza di Monaco, della seconda guerra mondiale e del dopoguerra comunista.
Insomma un romanzo completo e articolato, un romanzo che pur non senza averlo conosciuto mi ha trasmesso buone sensazioni, un autore inglese, Simon Mawer, che parla un italiano bellissimo, finalista ad un importante premio letterario britannico, che racconta la fine di un epoca, l'eutanasia dell'Impero Austro - Ungarico, la cancellazione del suo stato più evoluto a livello industriale e produttivo, il dramma degli ebrei nella mitteleuropa.
Insomma, alla fine dell'incontro ho comprato il libro, è ancora chiuso, ma spesso mi chiama per essere letto.
Sono facilmente affascinabile dai libri, come mi ricordava un mio amico, "so resistere a tutto tranne alle tentazioni (Oscar Wilde)" descrive benissimo il mio rapporto con i libri.
E la casa.
Beh, non è una casa qualsiasi.
E' casa Tugendhat a Brno, il capolavoro di Ludwig Mies van der Rohe, una casa moderna ancora oggi, originale e innovativa per forme e concezione costruttiva, per gli ampi spazi vetrati, per la parete di onice, per il mobilio creato e sviluppato apposta per la casa.
Una casa viva, patrimonio mondiale dell'umanità, vera protagonista del libro.
Allora forse non ho sbagliato tanto ....
Leggendo la descrizione dell'evento 27, "Simon Mawer e Cino Zucchi con Luca Molinari IL ROMANZO DI UNA CASA" pensavo di trovarmi di fronte ad un evento che parlasse di un saggio, in questi tempi sto leggendo di architettura e ho pensato: "aggiudicato"
Sbagliato.
Non è un saggio, è un romanzo di una casa, come dice il titolo, ma anche della famiglia che la fa costruire, dell'architetto che la progetta, della società in cui la famiglia vive, della Brno dagli anni '20 in poi, dell'ascesa di Hitler, dell'annessione della Cecoslovacchia con il sacrificio dei Sudeti alla Conferenza di Monaco, della seconda guerra mondiale e del dopoguerra comunista.
Insomma un romanzo completo e articolato, un romanzo che pur non senza averlo conosciuto mi ha trasmesso buone sensazioni, un autore inglese, Simon Mawer, che parla un italiano bellissimo, finalista ad un importante premio letterario britannico, che racconta la fine di un epoca, l'eutanasia dell'Impero Austro - Ungarico, la cancellazione del suo stato più evoluto a livello industriale e produttivo, il dramma degli ebrei nella mitteleuropa.
Insomma, alla fine dell'incontro ho comprato il libro, è ancora chiuso, ma spesso mi chiama per essere letto.
Sono facilmente affascinabile dai libri, come mi ricordava un mio amico, "so resistere a tutto tranne alle tentazioni (Oscar Wilde)" descrive benissimo il mio rapporto con i libri.
E la casa.
Beh, non è una casa qualsiasi.
E' casa Tugendhat a Brno, il capolavoro di Ludwig Mies van der Rohe, una casa moderna ancora oggi, originale e innovativa per forme e concezione costruttiva, per gli ampi spazi vetrati, per la parete di onice, per il mobilio creato e sviluppato apposta per la casa.
Una casa viva, patrimonio mondiale dell'umanità, vera protagonista del libro.
Allora forse non ho sbagliato tanto ....
Walking In Your Footsteps
Ha seguito per più di vent'anni un pilastro della storia e della fede come fu Giovanni Paolo II.
Deve essere stato un bel colpo sentirsi chiamati al ruolo di direttore della sala stampa della Santa Sede, pur avendo già due lauree, in medicina e giornalismo, la specializzazione in psichiatria (e ora le lauree sono tre), quindi la competenza e la preparazione necessaria per affrontarlo questo ruolo.
Ma è uno di quei ruoli che ti costringe a trasformare la tua vita, che ti toglie da una dimensione personale e ti immette in una realtà condivisa, in un contesto mediatico mondiale.
E ti cambia vita e destino.
Joaquin Navarro-Valls si presenta alle persone convenute al suo evento nel cortile della Cavallerizza, in un modo semplice, quasi silenzioso, come se cercasse di riprendere possesso della sua dimensione personale.
Ma quando comincia a parlare ti rendi conto che ciò non è possibile. Una cultura smisurata, doti comunicative elevatissime, la vita con il Papa ha lasciato tracce indelebili.
Parla di tante cose, ma sembra che parli per cinque minuti, parla di cose pesantissime, parla di Platone, parla di Aristotele, parla di Marx e di Nietzsche, ma non c'è mai una volta in cui non si riesca a comprendere il concetto che vuole esprimere.
Parla di laicità, parla di dialogo religioso, parla di immigrazione, e per ognuno di questi temi usa parole delicate come un fioretto, ma pesanti come una sciabola.
Due concetti su tutti possono considerarsi eredità di questo incontro: il concetto di dignità e quello di opportunità.
Dignità è la lente attraverso cui guardare il mondo e i suoi problemi: quando non riesci a dare un nome, un colore, una connotazione a chi ti sta di fronte, mai dimenticare che hai di fronte un uomo dotato di dignità, e come tale portatore e creditore di rispetto e considerazione.
Opportunità è la condizione in cui si deve valutare se una cosa, pur giusta incontrovertibilmente, sia giusto attuarla in quel momento e in quelle condizioni. Ad esempio, il canto di un aria di Verdi o di Mozart è sicuramente non negativo e probabilmente sublime, ma sicuramente non opportuno da farsi in una situazione di lutto. O farsi una doccia, sicuramente inopportuno sotto un temporale in centro a Milano. Allora costruire una moschea a Ground Zero (l'incontro è stato l'11 settembre) in sé non nessuna valenza negativa, ma forse questo oggi è ancora inopportuno, ci sono ancora ferite da sanare, da un lato e dall'altro.
Joaquin Navarro-Valls è una persona che ha fatto la storia, che i libri li legge, non li brucia.
Deve essere stato un bel colpo sentirsi chiamati al ruolo di direttore della sala stampa della Santa Sede, pur avendo già due lauree, in medicina e giornalismo, la specializzazione in psichiatria (e ora le lauree sono tre), quindi la competenza e la preparazione necessaria per affrontarlo questo ruolo.
Ma è uno di quei ruoli che ti costringe a trasformare la tua vita, che ti toglie da una dimensione personale e ti immette in una realtà condivisa, in un contesto mediatico mondiale.
E ti cambia vita e destino.
Joaquin Navarro-Valls si presenta alle persone convenute al suo evento nel cortile della Cavallerizza, in un modo semplice, quasi silenzioso, come se cercasse di riprendere possesso della sua dimensione personale.
Ma quando comincia a parlare ti rendi conto che ciò non è possibile. Una cultura smisurata, doti comunicative elevatissime, la vita con il Papa ha lasciato tracce indelebili.
Parla di tante cose, ma sembra che parli per cinque minuti, parla di cose pesantissime, parla di Platone, parla di Aristotele, parla di Marx e di Nietzsche, ma non c'è mai una volta in cui non si riesca a comprendere il concetto che vuole esprimere.
Parla di laicità, parla di dialogo religioso, parla di immigrazione, e per ognuno di questi temi usa parole delicate come un fioretto, ma pesanti come una sciabola.
Due concetti su tutti possono considerarsi eredità di questo incontro: il concetto di dignità e quello di opportunità.
Dignità è la lente attraverso cui guardare il mondo e i suoi problemi: quando non riesci a dare un nome, un colore, una connotazione a chi ti sta di fronte, mai dimenticare che hai di fronte un uomo dotato di dignità, e come tale portatore e creditore di rispetto e considerazione.
Opportunità è la condizione in cui si deve valutare se una cosa, pur giusta incontrovertibilmente, sia giusto attuarla in quel momento e in quelle condizioni. Ad esempio, il canto di un aria di Verdi o di Mozart è sicuramente non negativo e probabilmente sublime, ma sicuramente non opportuno da farsi in una situazione di lutto. O farsi una doccia, sicuramente inopportuno sotto un temporale in centro a Milano. Allora costruire una moschea a Ground Zero (l'incontro è stato l'11 settembre) in sé non nessuna valenza negativa, ma forse questo oggi è ancora inopportuno, ci sono ancora ferite da sanare, da un lato e dall'altro.
Joaquin Navarro-Valls è una persona che ha fatto la storia, che i libri li legge, non li brucia.
martedì 14 settembre 2010
Morgan a Mantova
Il nuovo giurato di X-factor, l'alter ego di Morgan (o forse il vero Morgan) Elio, senza le Storie Tese, dimostra di essere un Artista.
Con la regia sapiente di Lina Wertmuller mette in scena un "one man show" ispirato al Giornalino di Gian Burrasca di Vamba (pseudonimo di Luigi Bertelli) e scritto nel 1907.
Una lettura recitata e cantata di un testo che mi ha riportato piacevolmente alla mia infanzia, all'edizione RAI del '64 sempre della Wertmuller e con Rita Pavone, con le musiche del grande Nino Rota (non l'ho visto nel 1964, ma qualche anno dopo, non tanti per la verità, quindi i miei sono tanti).
La capacità teatrale di Elio è notevole: con lo scorrere delle pagine lette e cantate sul palco sparisce Elio e rimane Gian Burrasca, è lui che pesca nella bocca dello zio del cognato strappandogli un dente, è lui che libera il canarino, rovina un tappeto, allaga un bagno, terrorizza un gatto, ma è ancora lui che soffrendo la fame in collegio ricorda la dolcezza della madre amorevolmente impegnata a preparare cene fantastiche, quella stessa madre di cui piange la dolcezza delle carezze davanti al focolare della casa.
Un bello spettacolo, semplice, uno spettacolo di una volta, uno di quegli spettacoli della storica RAI, uno spettacolo pesante della sua leggerezza, un spettacolo che piace ai bambini, ma che piace di più ai grandi perché per un ora possono tornare bambini, canticchiando tra se e se: viva la pappa pappa, col popopopomodoro....
Con la regia sapiente di Lina Wertmuller mette in scena un "one man show" ispirato al Giornalino di Gian Burrasca di Vamba (pseudonimo di Luigi Bertelli) e scritto nel 1907.
Una lettura recitata e cantata di un testo che mi ha riportato piacevolmente alla mia infanzia, all'edizione RAI del '64 sempre della Wertmuller e con Rita Pavone, con le musiche del grande Nino Rota (non l'ho visto nel 1964, ma qualche anno dopo, non tanti per la verità, quindi i miei sono tanti).
La capacità teatrale di Elio è notevole: con lo scorrere delle pagine lette e cantate sul palco sparisce Elio e rimane Gian Burrasca, è lui che pesca nella bocca dello zio del cognato strappandogli un dente, è lui che libera il canarino, rovina un tappeto, allaga un bagno, terrorizza un gatto, ma è ancora lui che soffrendo la fame in collegio ricorda la dolcezza della madre amorevolmente impegnata a preparare cene fantastiche, quella stessa madre di cui piange la dolcezza delle carezze davanti al focolare della casa.
Un bello spettacolo, semplice, uno spettacolo di una volta, uno di quegli spettacoli della storica RAI, uno spettacolo pesante della sua leggerezza, un spettacolo che piace ai bambini, ma che piace di più ai grandi perché per un ora possono tornare bambini, canticchiando tra se e se: viva la pappa pappa, col popopopomodoro....
Di amore e di tenebra
Ho cominciato la mia esperienza al Festival un mercoledì alla soglia del tramonto.
Ho scelto di incontrare Amos Oz pur non avendo mai letto niente di lui, ma attratto dal desiderio di conoscere un autore Israeliano, un creatore di emozioni nato in una terra violentata da emozioni.
E ho avuto la piacevole sorpresa di conoscere un uomo con un cammino interiore altrettanto lacerante e disgregante come il cammino della sua patria.
Storia di amore e di tenebra è una autobiografia, ma non sua, della sua famiglia. Una famiglia ricca di amore, una famiglia ideale per divenire adoloscente, ma che un giorno viene coperta da un manto di tenebre: la madre si suicida, il padre svanisce nel dolore, Amos viene cresciuto in un kibbuz, una fattoria collettiva.
Amos Oz dice che amore e tenebre sono parti indispensabili in una vita, e parti indispensabili tra loro, esse sono in relazione formando un legame indissolubile, non esite amore senza tenebra, nell'amore c'è sempre una parte di tenebra, e si entra nella tenebra anche dall'amore.
Le due parti cercano un equilibrio, e questo equilibrio modera il caos della vita, l'entropia del vivere. Amos Oz è un maniaco dell'ordine, per sua diretta ammissione non resiste a vedere un cucchiaino non lavato sul lavabo, deve per forza ordinarlo nel cassetto, al suo posto, in ordine.
L'antitesi tra amore e tenebra in conflitto, ma in equilibrio dinamico tra loro, sono gli strumenti per ordinare il nostro vivere, che è tutto fuorchè ordine.
Amos Oz (che ha un nome di una bellezza assoluta, un nome che non si può urlare, si può solo sussurrare, fare uscire dalle labbra con la dolcezza della brezza mattutina) ha parlato anche della sua terra, Israele. Ha detto che la creazione dei due stati, israeliano e palestinese, è inevitabile, tutti lo sanno, ma nessuno lo accetta, nessuna farà festa quando questo succederà. Con la sua abilità di narratore ha definito la situazione con questa immagine: un paziente che deve affrontare una operazione pesante e inevitabile, a cui in qualche modo si è rassegnato, ma con nessun chirurgo disposto a farla.
Ho scelto di incontrare Amos Oz pur non avendo mai letto niente di lui, ma attratto dal desiderio di conoscere un autore Israeliano, un creatore di emozioni nato in una terra violentata da emozioni.
E ho avuto la piacevole sorpresa di conoscere un uomo con un cammino interiore altrettanto lacerante e disgregante come il cammino della sua patria.
Storia di amore e di tenebra è una autobiografia, ma non sua, della sua famiglia. Una famiglia ricca di amore, una famiglia ideale per divenire adoloscente, ma che un giorno viene coperta da un manto di tenebre: la madre si suicida, il padre svanisce nel dolore, Amos viene cresciuto in un kibbuz, una fattoria collettiva.
Amos Oz dice che amore e tenebre sono parti indispensabili in una vita, e parti indispensabili tra loro, esse sono in relazione formando un legame indissolubile, non esite amore senza tenebra, nell'amore c'è sempre una parte di tenebra, e si entra nella tenebra anche dall'amore.
Le due parti cercano un equilibrio, e questo equilibrio modera il caos della vita, l'entropia del vivere. Amos Oz è un maniaco dell'ordine, per sua diretta ammissione non resiste a vedere un cucchiaino non lavato sul lavabo, deve per forza ordinarlo nel cassetto, al suo posto, in ordine.
L'antitesi tra amore e tenebra in conflitto, ma in equilibrio dinamico tra loro, sono gli strumenti per ordinare il nostro vivere, che è tutto fuorchè ordine.
Amos Oz (che ha un nome di una bellezza assoluta, un nome che non si può urlare, si può solo sussurrare, fare uscire dalle labbra con la dolcezza della brezza mattutina) ha parlato anche della sua terra, Israele. Ha detto che la creazione dei due stati, israeliano e palestinese, è inevitabile, tutti lo sanno, ma nessuno lo accetta, nessuna farà festa quando questo succederà. Con la sua abilità di narratore ha definito la situazione con questa immagine: un paziente che deve affrontare una operazione pesante e inevitabile, a cui in qualche modo si è rassegnato, ma con nessun chirurgo disposto a farla.
Cronache dal Festivaletteratura
Ciao.
E' un po' che non ci sentiamo.
Oggi torno a scrivere tentando di fare una cronaca dei miei 5 giorni passati ad incontrare autori al Festivaletteratura a Mantova.
Cercherò di portarti lo spirito degli incontri, di farti respirare un po' di quell'aria stimolante che ho aspirato a pieni polmoni in questi giorni, di materializzarti quelle immagini che mi sono rimaste fisse sulla retina, ma meglio sulla cortccia alla fine dell'esperienza.
Auguri a te che scegli di seguirmi.
Ciao
E' un po' che non ci sentiamo.
Oggi torno a scrivere tentando di fare una cronaca dei miei 5 giorni passati ad incontrare autori al Festivaletteratura a Mantova.
Cercherò di portarti lo spirito degli incontri, di farti respirare un po' di quell'aria stimolante che ho aspirato a pieni polmoni in questi giorni, di materializzarti quelle immagini che mi sono rimaste fisse sulla retina, ma meglio sulla cortccia alla fine dell'esperienza.
Auguri a te che scegli di seguirmi.
Ciao
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