mercoledì 3 dicembre 2014

Giorgio Ambrosoli

Ieri sera è terminata la miniserie incentrata sulla figura di Giorgio Ambrosoli, tratta dal libro scritto dal figlio Umberto.
Un occasione per ricordare la figura di un uomo divenuto eroe solo perché ha fatto il proprio lavoro fino in fondo.
Pur essendo assimilabile al manzoniano "vaso di coccio tra i vari vasi di ferro", sceglie di vivere all'estremo opposto di Don Abbondio e paga con la vita la propria integrità umana e professionale.
Emerge anche il limo melmoso che galleggia sulla superficie del mare di corruzione e clientelismo che da allora non ci leviamo di torno. Un limo di depistaggi, sopraffazione, poteri occulti, regalie e ingerenze, minacce più o meno velate, corruzione.
Ambrosoli rimane un uomo, un padre di famiglia che ama la sua famiglia ed il suo lavoro, si disgusta, ha paura, ma va avanti, continua a solcare il mare nonostante il limo.
Solo il piombo di un sicario riuscirà a fermarlo.

Lascio in conclusione la sua famosa lettera alla moglie, altro esempio di lucidità e correttezza, secondo il mio modesto parere andrebbe letta nell scuole, vera lezione di cittadinanza attiva.


Anna carissima,
è il 25.2.1975 e sono pronto per il deposito dello stato passivo della B.P.I. (Banca Privata Italiana ndr) atto che ovviamente non soddisfarà molti e che è costato una bella fatica.
Non ho timori per me perché non vedo possibili altro che pressioni per farmi sostituire, ma è certo che faccende alla Verzotto e il fatto stesso di dover trattare con gente di ogni colore e risma non tranquillizza affatto. È indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il paese.
Ricordi i giorni dell’Umi (Unione Monarchica Italiana ndr) , le speranze mai realizzate di far politica per il paese e non per i partiti: ebbene, a quarant’anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito.  Con l’incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato – ne ho la piena coscienza – solo nell’interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici perché tutti quelli che hanno per mio merito avuto quanto loro spettava non sono certo riconoscenti perché credono di aver avuto solo quello che a loro spettava: ed hanno ragione, anche se, non fossi stato io, avrebbero recuperato i loro averi parecchi mesi dopo.
I nemici comunque non aiutano, e cercheranno in ogni modo di farmi scivolare su qualche fesseria, e purtroppo, quando devi firmare centinaia di lettere al giorno, puoi anche firmare fesserie.  Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo.  Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto […] Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa.
Riuscirai benissimo, ne sono certo, perché sei molto brava e perché i ragazzi sono uno meglio dell’altro […]
Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi.
Hai degli amici, Franco Marcellino, Giorgio Balzaretti, Ferdinando Tesi, Francesco Rosica, che ti potranno aiutare: sul piano economico non sarà facile. ma – a parte l’assicurazione vita –  […]
Giorgio

martedì 2 dicembre 2014

Le vergini della Steccata

Le vergini sagge hanno la lanterna accesa, la luce illumina l’arcone.
Le vergini stolte le hanno spente, l’olio si è già consumato. (Cft. Mt, 25, 1-13).
Le stolte hanno il sorriso sulle labbra, il volto luminoso, le stolte cupe e riflessive.
Esili, aggraziate, eleganti, bellissime campiscono l’arcone della chiesa di Santa Maria della Steccata a Parma (quasi di fronte al Teatro Regio), capolavoro assoluto di Francesco Mazzola detto il Parmigianino.
Una storia infinita quella della decorazione della Steccata, mai portata a termine, se non per l’unico arcone. Una storia di rinvii e diatribe, una storia di carte bollate, una storia di minacce tra colleghi, una storia di genio e di follia.
Dieci anni, cinque mesi effettivi di lavoro, probabilmente l’inizio della fine della carriera e della vita del Parmigianino. Morirà esule a Casalmaggiore, forse di peste o forse avvelenato dagli esperimenti alchemici a cui si era convertito.
Morirà a 37 anni, come Raffaello e Toulouse-Lautrec.
Se passate per Parma, munitevi di qualche moneta da 1 euro e andate a vedere le vergini della Steccata.



lunedì 24 novembre 2014

Lo scorrere dei libri



Ogni libro ha una vita propria, unica. O meglio, il rapporto tra te lettore e il libro che hai in mano è unico.
Parlo per me.  Ci sono libri da consumare in un respiro, magari perché sono corti, magari perché fermandoti spezzeresti un ritmo che non devi alterare.
Quasi tutti i libri che leggo però presentano lo stesso andamento. Mi spiego.
Li inizi, e diventi curioso, non ti accorgi di aver già girato la pagina, non ti accorgi che hai già l’occhio sul paragrafo successivo, non ti accorgi che stai misurando la fine della pagina pe vedere se hai tempo per arrivarci, e mentre misuri pensi alla fine del capitolo.
Poi arrivo alla metà del libro, e che mi piaccia o no, entro in stasi, rallento, le righe sulla pagina si infittiscono, i paragrafi si dilatano, i capitoli non finiscono mai, il libro diventa pesantissimo.
Poi si comincia a vedere la fine, lo spessore della parte restante si assottiglia, e il tempo si contrae, la velocità aumenta, infilo una pagina in ogni minuto disponibile, voglio finire il libro!
Esistono poi rarissimi casi misti, libri “corposi” divorati senza fiato, ma sono episodi più unici che rari.
PS: vi svelo un segreto: ho il terribile vizio di Harry! (al minuto 1 e 30 secondi)

Quando compro un libro, io leggo l’ultima pagina per prima: così, se muoio prima di finire, so quello che succede – Harry ti presento Sally

Fine della trilogia

Questo è l'ultimo, almeno per ora.
E' ancora fresco, buona lettura.



NEBBIA

Giulio Romano – Ritratto di Margherita Paleologa – Hampton Court, Londra
Brutta.
Sono brutta.
Ho provato a nascondermelo, a coprirlo con oro e pietre preziose, pizzi e merletti, belletto, a usare il mio titolo, il mio potere, ma la realtà è sempre quella, sono brutta.
Ancora più brutta perché lei è bella. E’ bella, bellissima. Lineamenti puri e delicati, sguardo profondo e ammaliante, curve tornite, seni alti, movenze aggraziate. E’ sempre stata bella, non solo adesso che è una donna di corte, era bella anche quando passava con le sue vesti comuni per le vie della città, bella da far voltare la gente, da togliere il fiato. Ora non si possono più voltare, il signor Duca farebbe loro cavar gli occhi, e se nella giornata fortunata li ospiterebbe a lungo nelle carceri buie e fredde. Ora è solo sua, la Boschetta, ora è solo per i suoi occhi, per il suo cuore, per le sue carezze, per le sue labbra.
Ieri il marito è morto, una rissa, questioni di debiti dicono, colpito a morte in un vicolo e lasciato lì al freddo, con la vita che scorreva via dal suo corpo, il sangue a far da corona al suo corpo, a far risaltare la sua lividità sul freddo selciato. Debito? O impiccio alla liberta del mio Duca? Difficile deciderlo, lui è opportunamente morto e il mio Duca non trova più un grosso ostacolo sulla sua strada.
Ora la Boschetta può vivere a Palazzo, al Teieto, veramente ci viveva già, le sue stanze sono state create quando si è cominciato a costruire il palazzo, tutto era atteso e niente è successo per caso.
Perché lei è bella ed io sono brutta.
Io sono la moglie, lei era la moglie di un altro, ma lei è bella ed io brutta, io vivo sola, servo solo a far figli, tanti, sette, e per le occasioni ufficiali, in fianco al mio Duca, a rappresentare il mio stato il mio Monferrato.
Ma di solito il mio letto è freddo, non sono io che scalda il letto di Federico, Isabella giace con lui, Isabella lo ama ed è amata.
Federico e Isabella. Belli tutte e due. Bellissima lei, bello ed elegante lui, figlio dell’altra Isabella, la madre, bellissima, colta e intelligente.
Lei la odia l’altra Isabella, ma stavolta il figlio non si è fermato neppure davanti alla madre, stavolta ha ascoltato solo il suo cuore. Non ha temuto niente, ragione di stato, alleanze, decoro, onore. La ama, vive per lei. Mio marito.
Io non volevo sposarmi. Toccava a Maria, mia sorella, una bambina, otto anni, ma morì prestissimo, e  tocco a me, Margherita Paleologa, suggellare l’unione tra Monferrato e Mantova.
Pegno necessario per il mio marchesato, dono e vincolo di un’unione di comodo.
Il mio Monferrato. Terra di colline, ai piedi delle montagne, terra verde, di vigne e di girasoli, terra di vini forti e delicati, preziosa e ricca, terra in cui correvo giocando da piccola, terra da cui sentivo l’odore del mare quando il vento aveva la direzione giusta. E adesso vivo a Mantova.
Terra di nebbia e freddo, di umido e acqua, di caldo soffocante in estate, terra di zanzare e di contadini, confinata nel mio palazzo appoggiato al Castello.
Il Giulio di Roma l’ha costruito, il destino crudele di avere la dimora costruita dallo stesso mastro che ha costruito il nido d’amore di mio marito. Il palazzo meraviglioso sull’isola del Teieto.
Anche il mio palazzo è bello, gli affreschi gioiosi e stupendi, le stanze ampie, i camini riscaldano, gli arazzi aiutano a far caldo, l’unico calore in questa casa.
Ad iniziare dal mio cuore è tutto freddo e lontano, la mia terra, i miei parenti, i miei figli educati a corte, mia suocera che odia l’amante di suo figlio, ma non ama me, mio marito nelle braccia di Isabella.
Io speravo in Isabella, la madre, anche lei bella, bellissima, donna che non sopporta i no, ma che ha dovuto subire quello di Leonardo, non ha mai avuto il ritratto che sperava. Spesso la trovo a fissare il disegno del fiorentino, ma le è rimasto solo quello. Donna forte, si dice che abbia provato ad avvelenare l’Isabella, ma mai capace di un gesto di affetto. Solo lo stato conta, solo il ducato, solo Mantova, e solo un pensiero alla sua Ferrara. Io sono servita, ora non servo più, posso stare in disparte e non disturbare troppo.
Ho solo alcuni compagni, i libri.
Leggo. Passo i giorni a leggere, a sfogliare le pagine, a scorrere le righe, a vedere i colori dei codici antichi, le figure. A leggere di amori nobili, cavallereschi, a fantasticare di terre lontane e figure mitologiche, di cavalli alati, serpenti tentatori, fanciulle amate e salvate. A sentire la voce dei libri.
Perché i libri parlano.
Parlano al cuore, ma parlano anche alle orecchie, respirano quando giro le pagine, schiocca il dorso quando li apri, sussurrano quando la pagina si adagia sull’altra frusciando, alzano la voce urlando quando chiudi il grosso tomo di scatto perché infastidita, crepitano lanciati nel fuoco quando li odi. Sono l’unica casa viva nella mia vita, sono le uniche parole che arrivano al mio cuore, sono le uniche speranze di un domani migliore. Voci di passati lontani, attese di giorni migliori, certezze di vite più felici.
Non la mia. Non la sua di Federico. Ama Isabella, ma non riesce a resistere al fascino femminile, al mistero nascosto dalle gonne di raso e seta, come il padre soffre di mal francese[1], la sua fine è segnata, certa. Ma vive i suoi ultimi tempi felice.
Non io. Io sono sola, distante, isolata. Le ancelle mi considerano buona, delicata e gentile, ma resto sempre e comunque sola. Infelice. Non amata.
Brutta.
La nebbia sta fasciando il castello, la bruma sale dai laghi e offusca le mura, i possenti torrioni, i delicati affreschi. La nebbia nasconde, filtra l’immagine.
La nebbia è la mia alleata. Quando c’è la nebbia sono meno brutta.


[1] Mal francese: termine arcaico con cui veniva indicata la sifilide in tutta Europa, tranne in Francia dove veniva chiamato Mal di Napoli

Storie. Un ritorno.

Ciao. E' tanto che non ci sentiamo.
Caro lettore, anni fa, nel 2010 avevo pubblicato un racconto Notturno.
Un racconto ispirato alla mia città, Mantova, alla sua storia, alle sue radici gonzaghesche.
Ma anche altre ispirazioni, quelle però le conservo per me.
Negli anni ne ho scritto altri che adesso pubblico.
Con questo ci ho anche vinto un premio in piccolo concorso locale. Vedi tu.

IL SAPORE DELLE DONNE

Per non essere originali dovremmo iniziare con “C’era una volta…”, infatti è di tanti anni fa che dobbiamo parlare.
E di un uomo. O meglio un cuoco.
Era il cuoco di corte, a palazzo Te, di Federico II Gonzaga, il primo Duca di Mantova.
Un lavoro prezioso, intenso ed estenuante, tutto il giorno a organizzare il piacere del palato del Principe, nel suo palazzo del meritato ozio, a imbandire tavole regali per ospiti, a stupire con invenzioni di gusto.
E allora agnoli, bigoli, zucche da trasformare in tortelli, pesce da arrostire, anguille, lucci in salsa, e poi polenta per guarnire, cotechino e salame dalla fiorente campagna, e poi i dolci, le magnifiche elvezie, e i dolci della tradizione come i caldi dolci di inizio novembre.
Ore e ore a rimestare nei pentoloni, a ravvivare i fuochi dei camini, a girare spiedi. Amava il suo lavoro, era il figlio che non aveva mai avuto, era la sua vita.
Fino all’arrivo della Signora.
Il Duca viveva a Palazzo non con la moglie, no, quello era un matrimonio di stato, viveva con la sua amante, l’Isabella, la Boschetta, tanto bella da aver spinto Federico a far decorare al pittore di Roma, il Giulio de’ Pippi, la sala di Amore e Psiche con un’esplosione gioiosa di carne e fasto per cercare di fissare per sempre il suo fascino.
Era bella, bellissima. E anche lui, il cuoco che viveva per il lavoro, se ne era innamorato. Tanto innamorato che per la prima volta nella vita si era trovato a riflettere se la sua vita fosse stata spesa bene.
Non vi era comunque possibilità, anche solo il rivolgere la parola ad Isabella lo avrebbe reso inviso al Duca, candidato ai servigi del boia di corte, professionista quale egli era.
Voleva però fare qualcosa, fare quello che riusciva a fare con passione e merito, trasformare quella creatura e il suo fascino, la sua grazia, in cibo gustoso e prezioso.
Allora si mise a pensare, quali ingredienti potevano rendere le caratteristiche della sua dea?
Pensò al suo incarnato roseo e alle sue curve delicate e passionali, e pensò alle mele, rosse come le gote, rotonde e morbide, succose e croccanti.
Pensò alla dolcezza degli occhi di Isabella, tagliò le mele e le ricopri di zucchero, pensò al calore che serve a riscaldare l’animo dell’amata, prese le mele e cominciò a far bollire tutto a fuoco lento, lento come il tempo che serve a far innamorare una donna.
E poi pensò alla passione che si ripete, e riaccese il fuoco più e più volte, aggiungendo zucchero per addolcire il sentimento. Mentre eseguiva le operazione, vedeva che si formava un liquido denso e vischioso che non si voleva staccare dalla pareti come gli amanti dal talamo dopo una notte d’amore, un liquido dal colore ambrato del mosto dell’uva, e decise che il nome della sua creazione dovesse esser mostarda.
Prese un cucchiaio e assaggiò, dolce, delizioso e gustoso, morbido al punto giusto, ma con una certa solidità che non faceva pensare alla mollezza, ottimo, ma non andava bene.
Non era solo questo una donna. Una donna non è sempre dolcezza, alle volte è spigolosa, pungente, anche acida se toccata nell’animo. Aggiunse qualche goccia di limone, ma non bastava. Come rendere il lato forte del carattere?
Poi un’intuizione. Si vesti ed uscì in fretta, si diresse verso il centro della città, era diretto da uno speziale che aveva bottega in via Orefici, la senape, ecco cos’era il piccante che cercava.
Tornò in cucina, presa la polvere bianca della senape, la sciolse nel vino bianco caldo e la aggiunse alla sua creatura. Ed ecco l’essenza della donna.
E fu così che grazie al desiderio di un cuoco di poter gustare il sapore inaccessibile della sua amata che ci è rimasto quel mirabile connubio tra dolcezza e piccantezza che rende festose le tavole mantovane, che celebra i matrimoni con i bolliti ed il grana nei pranzi festosi, che trasforma la zucca nell’intimo prelibato del tortello mantovano.
Del povero cuoco neanche la memoria del nome. Ma quando assaggi la mostarda di Mantova, ricorda lettore una vecchia storia d’amore.