lunedì 26 luglio 2010

Alleggerire il peso che grava sulla scuola.


Ciao. Ritorno al viaggio in Inghilterra.
Una breve considerazione sul viaggio. Gli inglesi facoltosi del 19° e 20° secolo facevano il Gran Tour tra le città europee come forma di cerimonia iniziatica che li introduceva alla vita produttiva attiva (o fruitiva passiva se nobili). Viaggiando capisco la validità di questa esperienza.
 Se si viaggia ad occhi aperti, se si cammina con i piedi saldamente piantati a terra su sentieri percorsi da secoli da viaggiatori storici, se si respira la stessa aria che uomini grandi del passato hanno respirato, qualcosa cambia, qualcosa ci cambia, qualcosa si impara, qualcosa ci fa confrontare con culture diverse, qualcosa ci prende un po’ di noi, tanto prendiamo noi dai quei contesti.
E se quello che stiamo imparando non ci sembra utile in quel momento, caro lettore sta sicuro che un giorno un neurone ti si accenderà dandoti una risposta che in quel momento ti serve, neurone istruito dalla tua esperienza odierna. La più grande ed esclusiva biblioteca del mondo è quella che vive nella mente, unica ed irripetibile.
Passiamo al tema di oggi.
Durante il viaggio ho visitato due luoghi storici che mi hanno “toccato” particolarmente.
Nell’abbazia di Westminster sono passato davanti alla tomba di Elisabetta I di Inghilterra, l’”Elizabeth” dei film con Cate Blanchett, la Regina Vergine, la condottiera che schiantò l’Invincibile Armada in un fragore di legno spezzato, di tela che crepita in fiamme, di acqua che irrompe nelle falle, di tuoni di cannoni, di urla di marinai uccisi per l’onore di un regno.
E’ vero che di fronte alla morte tutti siamo uguali ma davanti a questo monumento sepolcrale ho avuto un brivido, il brivido della Storia, propria quella con la S maiuscola. Questa donna ha scritto e fatto la storia, ha imbrigliato il flusso degli eventi e lo ha indirizzato in una direzione scelta da lei, ha fatto si che il capitolo successivo a quello scritto da lei fosse su binari obbligati posati da lei. Ho sentito il peso e il respiro della storia. E ho riflettuto sulla grande solitudine in cui Elisabetta visse la sua vita, circondata da una corte immensa, ma senza avere legami con nessuno, non potendo fidarsi di nessuno, dovendo scegliere di essere crudele anche nei confronti dei membri della propria famiglia.
Un altro sepolcro, che però ora non c’è più. Nella cattedrale di Canterbury, nell’abside, una piccola candela si consuma in eterno, tenuta accesa dalla devozione dei fedeli. Rappresenta il luogo in cui era il sacello di Thomas Becket, l’arcivescovo santo di Canterbury fatto assassinare da Enrico II perché ribelle nei confronti dell’editto di sottomissione dei Vescovi al potere regale. Thomas fu ucciso nella cattedrale stessa, un altare ricorda il punto del martirio. La tomba fu fatta distruggere da Enrico VIII e le spoglie sparse e distrutte. In questo caso ho sentito la potenza del grido della libertà violata, calpestata, il non accettare un bavaglio, una limitazione delle proprie funzioni, e la violenza dell’uomo che cancella ogni traccia di un altro uomo se considerato proprio nemico. Non basta uccidere un uomo, bisogna anche cancellarne ogni idea, ogni ricordo, ogni traccia.
Ma non è così. Sparirà il mio corpo, ma spero che almeno una delle mie idee vivrà in chi mi ricorda. La piccola fiamma della candela è come un faro per chi naviga verso la libertà di pensiero e parola.
E veniamo alla scuola. Per risparmiare soldi si pensa spesso a snellire i programmi. E ogni tanto si sente di tagli alla storia, alla geografia, e via dicendo.
Ma come si può pensare a tagliare la storia dalla formazione di una mente e di una coscienza, non si può insegnare a leggere saltando l’alfabeto, non si può arrivare a conoscere l’oggi se non si è camminato sui ciottoli del passato. Non sarà possibile cancellare la storia, basta una tomba di freddo marmo per scaldare il cuore, ma senza cultura e insegnamento il marmo rimane freddo.
Non sia la storia una lastra di marmo da gettare via per alleggerire il peso economico che grava sulla scuola, sia il peso che grava sulle nostre coscienze per portarci a pensare, decifrare, leggere, affrontare il nostro mondo in cui ora viviamo, mondo che è così perché qualcuno prima di noi l’ha costruito mattone per mattone, lettera per lettera, il peso di Elisabetta, il peso di Thomas.
La spada spezzata, il luogo del martirio di Becket

venerdì 23 luglio 2010

Flusso urbano

Ciao, rieccomi dopo un po' di tempo.

Recentemente sono stato a Londra, Canterbury e nella regione del Kent.
Ti parlerò di alcune mie esperienze.

La prima è la visita alla National Gallery di Londra.
Come tutti i principali musei di Londra e della Gran Bretagna è ad accesso gratuito, nata dall'idea di rendere accessibile a tutti una collezione nata come donazione al popolo. La National non è infatti una donazione di sovrani illuminati come gli Uffizi o il Louvre  (oddio, illuminati o in cattiva situazione finanziaria, quindi con dei carichi economici da alleggerire), ma è la donazione di un borghese che ha lasciato la propria collezione al popolo di Londra. E il governo di Londra l'ha resa fruibile al pubblico, pensando alla toccata e fuga in pausa pranzo, al digestivo artistico con Rubens e Van Gogh.

Entri nel palazzo neoclassico e vieni sommerso da un flusso di bellezza impetuoso e inarrestabile, c'è tanta arte, c'è il pensiero, il modo di vedere, di leggere la realtà, di vivere il tempo, la luce, lo spazio di centinaia di grandi maestri.

Michelangelo, Monet, Leonardi, Botticelli, Vermeer, Piero della Francesca, Van Dyck, Crivelli, Rembrandt e via così, più di 2000 capolavori  tra cui passare e sognare, rimbalzare ed ammirare, riflettere, rileggere, amare, reinventare.

E' difficile percorrere una realtà come questa, è facile perdersi, sciupare tempo, energia, si vuol vedere tutto, ma senza una trama si passa e si ripassa nella stessa sala, perché ora la si sta leggendo diversamente, con altri occhi, con un cuore diverso, con un diverso peso.
E come fare allora pr affrontare una collezione come questa? C'è una ricetta valida, facile da preparare, che costi poco?

Lasciamo il quesito in sospeso.
A Londra ci si sposta con la metropolitana, con la Tube, una rete capillare di linee che ti porta in ogni destinazione tu voglia raggiungere.
Certo, devi mettere in conto i chilometri che devi percorrere per arrivare al giusto bound di ogni stazione, alle volte aiutati da scale mobili e tapis roulant, ma in maggioranza a piedi. Se però riesci a salire sul treno, beh allora è fatta, la destinazione è alle porte, quelle Sliding door che si aprono arrivato in stazione spalancandosi sulla tua meta.
E' bellissima la mappa della Tube.


E' un sistema circolatorio, nelle gallerie della Tube gli abitanti e i turisti di Londra scorrono così come scorrono globuli bianchi e rossi e piastrine nelle vene e nelle arterie del nostro corpo, un flusso di trasporto di energia e idee, un apporto di sostanze energetiche, un defluire di sostanze esauste, sangue arterioso al mattino che diviene sangue arterioso nel ritorno a casa alla sera, piccole entità intente a svolgere il proprio incarico unitario per il bene del tutto, con i turisti a rappresentare le nuove energie, il supporto economico che fa da nutrimento per le attività cittadine.
E se la Tube si ammala o chiude è una tragedia, una flebite e una trombosi che chiudono una parte di città, isolandola, rendendola sterile, il sangue non scorre più.

Resta la domanda di prima: come visitare la National Gallery? La risposta è alla Dan Brown: la risposta è nella mappa della Tube.
Ovviamente nella propria personale mappa mentale creata con un catalogo della National in mano, non c'è un architetto occulto della linea Metropolitana che ha disposto le stazioni secondo un percorso da Illuminato, Pimlico non è la rappresentazione simbolica della prospettiva centrale, ne St. Pancras la rappresentazione dello spettro cromatico utilizzato da Van Gogh nei Girasoli, ma un modo per costruite una serie di percorsi tematici, storici, cronologici, geometrici, cromatici, ottici da sovrapporre e incrociare per decodificare il proprio personale cammino con cui attraversare le sale ed effettuare la visita.

Magari in più giorni, un'ora al giorno, in pausa pranzo, dopo aver nutrito il corpo, per fornire un digestivo alla mente.

O magari, chissà, Raffaello faceva puntare il dito delle proprie Madonne sul punto su cui orientare la mappa della Metropolitana per trovare il tesoro perduto dei Templari, sparito da The Temple Church all'inizio del '300? Aspettiamo Dan Brown tra qualche Natale.



Ciao.

mercoledì 9 giugno 2010

Signori, questa è arte

Il brano è bellissimo, fiabesco, sognante: Exogenesis: Symphony, Pt. 1: Overture.
Ad un certo momento, al lato del palco un faro illumina qualcosa che inizia a muoversi.
E' un grosso disco volante, grigio scuro, si libra fluttuando, discreto, non fa rumore.
Come le foglie di Fantasia seguivano i vortici della corrente del fiume , il disco si muove portato dalle correnti d'aria (e anche da solidi cavi di ancoraggio), ma sembra che siano le note a prenderlo per mano e farlo danzare in cielo. La musica continua, poi una piccola esplosione, la base del disco si stacca, cade un trapezio ed un acrobata, non so se uomo o donna, vestito completa,mente d'argento, come un leggendario Selenita in missione diplomatica sulla terra.
Inizia a danzare nell'aria, una danza armoniosa, fatta di gesti e di forme plastiche, di acrobazia e grazia.
Danza fino alla fine del pezzo, poi se ne va, appeso alla sua nave volante.

E' stato forse il momento più bello di uno spettacolo eccezionale, la data italiana della sezione estiva del tour The Resistance dei Muse, ieri sera a Milano, a San Siro.

Pezzi poetici, leggiadri e intimi alternati a esibizioni possenti, muscolari, energetici, in una scenografia mutaforme e rutilante, evocatrice di incubi come la guerra e la paura del prossimo futuro, ma anche il sussurrato passaggio di paesaggi bucolici.
Bello, anzi bellissimo.
Ciao





venerdì 4 giugno 2010

Prologo

58.
L’applicazione più utile e utilizzata dei sistemi operativi Microsoft è da sempre il piccolo orologino nell’angolo basso destro dello schermo.
Marca il passare della giornata, scandisce le pause caffè, misura il poco tempo rimasto sulle scadenze importanti, accompagna il lento rotolare dei minuti quando non sembra che in ufficio ci sia niente da fare.
Adesso è una di queste situazioni.
Venerdì sera, tutte le grane della settimana sono o sistemate o non sistemabili, per cui rimandate a lunedì, si potrebbe cercare un lavoro facile e svelto a finirsi, ma ne vale la pena? Non è meglio finire la giornata, pensare a casa, una volta ogni tanto raggiungerla ad un orario decente e godersela? Si, oggi faccio così.
59.
Comincio a chiudere le applicazioni, la posta elettronica, oggi non voglio più comunicare con il mondo leggendo sullo schermo, non voglio più scartare le offerte di Viagra, non voglio più incazzarmi per le catene di Sant’Antonio vetero-newage, non sopporterei di dover affrontare l’ennesimo bollettino aziendale.
Maledizione al blocco dei social network, qualcuno dovrebbe spiegare alla direzione che è più facile costruire una relazione d’affari su Facebook che con decine di sterili riunioni aziendali.
Chiudo i fogli elettronici pieni di riepiloghi e previsioni, bilanci futuri e spread, future, indici di borsa, PIL, ROS, ROI, cifre flessibili ed evanescenti come gli elettroni e i fotoni che li generano.
Basta, chiudo tutto senza guardare quello che chiudo, oggi non ne posso più.
Spengo monitor e stampante, per due giorni non voglio che vadano ad incidere sul riscaldamento globale, sulla CO2, voglio fare la mia buona azione da samaritano della salvaguardia del clima.
00.
Ecco, sforerò di qualche minuto, sono un impiegato modello, troppo ligio al lavoro. Mi alzo, raccolgo il giornale, controllo il cellulare, prendo l’ombrello, la borsa ed esco dall’ufficio.
Mi dirigo verso l’ascensore, tanto ho spento tutto e posso sprecare un po’ di energia per scendere. Sono 13 piani, di solito faccio le scale, ma oggi no, sono abulico, avaro a sprecare le mie calorie, premo il bottone , aspetto che si apra la porta, entro, premo lo 0, guardo chiudersi le porte e via, vado, ebbro del piacevole trasporto controllato della gravità.
La porta si apre, esco nell’atrio del palazzo, timbro.
03.
Tre minuti in più. Sono secoli che timbro solo tre minuti dopo, oggi non è certo una giornata normale, oggi è una giornata che nei film catastrofici precede la catastrofe: esco prima e la cometa di Armageddon mi cadrà sulla testa, o verrò divorato dagli Zombi di Io sono leggenda.
Ma cosa dico? Sono proprio fuori. Basta, andiamo.
E’ piovuto, e si vede.
La città già grigia è ancora più grigia. L’acqua ha dilavato lo smog fresco da tetti e cornicioni, spalmando un uniforme manto grigiastro su marciapiedi e strade, una fumosa poltiglia ricopre le auto parcheggiate ai bordi della strada.
La nebbia di smog è stesa come un velo che ricopre la città. Tutti i colori sono stati rapiti, confinati in universo parallelo, a disposizione di qualche dio inquieto che ne fa una coperta per ricoprire la propria noia.
Io volevo uscire per annullare la mia noia, un portale interdimensionale mi ha portato nel mondo della noia.
Solo un punto della strada presenta colore. Una pozzanghera contiene un liquido oleoso, forse olio perso da una macchina, o idrocarburi trasudati dall’asfalto.
Figure iridescenti nascono e muoiono sul pelo dell’acqua, laghi colorati mutano forma mossi da forze interne, arcobaleni in miniatura delineano confini di aree flessibili.
E’ come il mago che fa le bolle di sapone, crea irrisori paradisi multicolori, che nascono e muoiono nello spazio tra due battiti di ciglia.
Esce il sole, si squarciano le nubi, ritornano i colori.
In fondo alla strada, dietro l’angolo c’è la fermata del metrò, ancora poca strada da fare.
Prima però ho ancora un rito da compiere, mi fermo davanti all’edicola, mi perdo davanti ai titoli dei giornali, retaggio del periodo precedente Internet.
Adesso non ha più senso fermarsi a leggere gli strilli dei vari quotidiani, la rete li invia in diretta da tutti gli angoli del globo, ma una volta era il modo di poter avere, almeno attraverso i titoli, un quadro complessivo delle notizie giornaliere.
Ancora oggi ho la passione dei perdermi nel melange di scritte e immagini, plastiche lucide e opache pagine dei quotidiani, gadget e ninnoli, libri ed attrezzi di cucina, rimbalzare tra questa patinata diversità come la pallina d’acciaio tra i respingenti del flipper della mia adolescenza.
Esperienza psichedelica, mi è sempre stato difficile staccarmi, di solito lo faccio quando sento la mano andare al portafoglio, la peste dell’acquisto comincia a mostrare i primi sintomi, allora occorre smettere, riprendere possesso della mano ed andarsene.
16.
Raggiungo l’angolo, l’abbonamento del metrò in mano, supero l’angolo e vedo la coda.

lunedì 31 maggio 2010

Notturno

Sono pronta.

Il mio signore mi aspetta.

Indosso una veste di garza, bianca, impalpabile. Per proteggermi dal freddo un pesante mantello di velluto verde, sul mantello ricamate in seta le salamandre del mio signore.

La mia serva mi accompagna, regge il lume, nel palazzo è tutto buio, è notte.

Esco dalle mie stanze, attraverso la loggia delle Muse, una nebbia sottile riempie l’aria in questa notte autunnale, è freddo, stringo stretta il mantello. Il sorriso emblematico di Mantova appoggiata alla vasca sembra chiedermi cosa ci faccio io a palazzo, lo so, non dovrei essere qui, ma Federico ama me, non la moglie.

La serva apre la porta, attraverso il salone, scortata dai cavalli dei signori di Mantova, Venere mi guarda dalla parete, la sua mano sembra indicare la destinazione cui sono attesa, il suo corpo morbidamente flesso a presagire il prosieguo della notte.

Attraverso la sala di Psiche, le figure gioiose ed energiche del banchetto sembrano staccarsi dai muri e invitarmi a partecipare alla festa. Ancora Venere al centro della sala, la più lussuriosa Venere mai scolpita, tanto affascinante da indurre i puri a volgere lo sguardo, specolo di quella Venere che portò Paride a scatenare la più grande guerra dell’antichità. Guardo il dipinto in cui il pittore raffigurò me Federico e lui come i personaggi della storia di Olimpiade, non riesco a capire se ci fosse gelosia nel suo ritrarsi a spiare il nostro abbraccio.

Le camere di Federico sono vuote, il mio signore è già là, le attraverso veloce, ansiosa.

Devo attraversare la loggia di Davide, è più freddo, spira un vento teso, pulirà la nebbia, domani sarà una di quelle giornate autunnali solari, in cui il cielo è bellissimo, l’aria sottile, gli ultimi uccelli partiranno per i luoghi caldi. Anche Federico partirà domani, lo aspettano in Monferrato con la moglie, affari di stato, rimarrà là per un giro completa di luna, è per quello che mi aspetta stasera.

Anche in questa loggia il pittore sembra voglia farsi beffa di me, la storia del re Davide sembra la storia del mio principe, non so se Giulio voglia condannarmi per il mio donarmi a Federico, o brami anche lui il mio amore, amore che non potrà mai avere.

Sto per entrare nella sala dei Giganti, è qui che mi aspetta il principe.

La sala è il suo compimento, il suo gioco, il suo scrigno. La studiata lui con Giulio, ha fissato per giorni il modello, ha lasciato fare tutto al pittore, gli ha lasciato creare questa grotta delle meraviglie che lascia gli occhi dei visitatori smarriti, persi, disorientati. E impauriti. Qualcuno è fuggito, sconvolto, i bambini hanno paura dei volti contorti dei giganti schiantati dagli dei.

Federico mi ha spiegato che la sala ti deve prendere come in vortice, portare nella scena. Il pittore non ha lasciato niente al caso, ha studiato il tutto per toccare tutti i sensi di chi entra.

Sulla porta la serva se ne va, Federico mi fa segno di entrare, mi attende al centro della sala. Il camino è acceso, la legna crepita, gli scoppi imprevedibili dei ceppi infuocati si armonizzano con lo sbattere della finestra che gioca sui cardini colpiti dal vento. I suoni sembrano lamenti e grida dei titani sconvolti e schiacciati. I piedi camminano con difficoltà sui ciottoli che disegnano una spirale che ti porta giù, nell’Ade in cui vengono scaraventati i mostri. Il muoversi ondeggiando sul suolo sconnesso sembra ricordare lo sconvolgimento della terra violentata del disastro del monte creato da giganti e titani per arrivare all’Olimpo. Fa freddo, il mio signore mi ha tolto il mantello e mi abbraccia, sento il suo calore penetrare il mio corpo, la sensazione di sicurezza che viene dal mio adagiarsi a lui, quasi a proteggermi dalle pietre che rotolano. Le vampe nel camino distorcono ancora di più i volti, se questo fosse possibile, gli occhi sembrano seguirti, le mascelle ghignare, gli arti tendersi, gli immensi muscoli guizzare in ultimo tentativo di difesa, in un ultimo anelito di vita. Il fuoco brucia e dà vita alle pareti. C’è umido, la nebbia filtra dalle finestre, un odore inconfondibile, l’odore di queste terre d’acqua, odore di muschio, odore di verzura, odore di morte che prepara la vita. Ma c’è anche il mio profumo, che si fonde con il profumo di Federico, le essenze di malva e lavanda, il profumo della sua pelle.

Federico mi offre una coppa di vino pregiato, mi fa alzare lo sguardo, mi mostra Venere nell’Olimpo, mi dice che io, Isabella, posso stare al suo fianco, mi dice che le farei ombra, mi dice che sarebbe invidiosa del mio viso e del mio corpo. Venere mi odierebbe.

Federico mi bacia. Resta solo la notte.


Sala dei Giganti in Palazzo Te a Mantova

giovedì 27 maggio 2010

La finestra


Fuori dalla finestra l’aria cristallizza.
Dentro la finestra condensa il mio respiro.

Fuori dalla finestra riflessi dorati nelle nebbia.
Dentro la finestra il bianco delle mie mani sul vetro.

Fuori dalla finestra gli scheletri nudi degli alberi.
Dentro la finestra il colore delle mie unghie.

Fuori dalla finestra un unico pettirosso.
Dentro la finestra il ritmico pulsare del mio cuore.

Fuori la finestra impronte di passi sulla rugiada.
Dentro la finestra i miei capelli ritorti sull’indice.

Fuori la finestra un vento teso.
Dentro la finestra un occhio umido.

Fuori la finestra campane lontane.
Dentro la finestra il vetro rimbomba sotto i miei colpi di rabbia.

Fuori dalla finestra l’oscurità stende il suo velo.
Dentro la finestra una morsa mi stringe il cuore.

Fuori dalla finestra ti vedo andare via.
Dentro la finestra un bacio sul vetro.

Scrivo “ciao” sul vetro, compagno del mio cammino.


martedì 11 maggio 2010

Si, viaggiare

Ciao lettore carissimo.

Parliamo di viaggi? Si, parliamone

Possiamo considerare il viaggio una terapia, il chiudersi alle spalle la porta di casa, il prendere la valigia in mano e recarsi in una città diversa dalla propria per scopo di pura evasione ha sicuramente effettivamente positivi sull'equilibrio psico-fisico.

Vuoi mettere avere palazzi, strade, musei, volti, voci, quadri, cieli, colori, profumi, sapori, emozioni, tutti nuovi, tutti diversi dalla quotidianità, pronti ad essere assemblati a piacimento, creando ogni giorno una città nuova, una città come la voglio io, a mia misura?

Sei in grado di apprezzare la pienezza di stimoli sensoriali nuovi, senti l'energia che ti scorre tra pelle e muscoli, riesci a vedere lo stupore nei tuoi occhi di fronte al nuovo, o al già visto, ma che in particolari situazioni diventa ancora più nuovo, magari perché oggi il particolare che vedi è stato colpito da un raggio di sole nuovo, senti la stanchezza catartica dell'acido lattico nei tuoi muscoli la sera quando, molto stanco ma molto felice, ti stendi sul letto, schiacci il tasto rewind e rivivi l'intera giornata?

E' fantastico! è la cura migliore per chi ama conoscere, per chi ama il bello, per chi riesce ancora a stupirsi, forse a commuoversi, di fronte ai capolavori del genio dell'uomo, quell'uomo che sa essere molto crudele, ma che porta in sé il genio creativo che lo rende unico e speciale.

E non si impara solo arte o architettura, ma modi di vita, tradizioni, sapori, unicità che rendono preziosa la diversità.

Questo gioco pirotecnico di esperienze riesce a lasciare via la preoccupazione del vivere quotidiano, ci permette di schiacciare il tasto Pausa e rimanere in attesa per qualche giorno, è come una piscina in cui galleggiare e non sentire il peso del proprio corpo, i rilasci di endorfine e di adrenalina scaricano lo spirito dalle tensioni, si galleggia in una piscina ideale in cui lo spirito e la mente sono piacevolmente isolate dal dolore e dalla preoccupazione.

Qualche istruzione per migliorare l'esperienza del viaggio:
  • partire con una buona programmazione, ma con una certa flessibilità giornaliera;
  • il viaggio organizzato non lascia spazio a spiacevoli sorprese, ma lega a scelte non tue, quindi limita gli effetti cullanti sull'io;
  • preoccuparsi di avere abbigliamento e scarpe adatte, trovarsi alla base di Trinità dei Monti con scarpe strette o a Londra senza ombrello può essere antipaticamente spiacevole;
  • acquistare una buona guida turistica, una di quelle che ti sa dare informazioni anche su quello che sta al di fuori del percorso turistico ufficiale;
  • soprattutto, scegliersi bene eventuali compagni viaggio, buona compagnia amplifica il piacere.
Nessuna controindicazione?

Purtroppo sì.

Il viaggio alla fine termina.

E non sempre si può partire.